ESCLUSIVA MN - Sacchi: "Il nostro stile era inconfondibile. Il segreto di questo Milan è il gruppo e l'arrivo di un campione come Ibrahimovic"

26.12.2020 14:00 di Pietro Andrigo   Vedi letture
© foto di Chiara Biondini
ESCLUSIVA MN - Sacchi: "Il nostro stile era inconfondibile. Il segreto di questo Milan è il gruppo e l'arrivo di un campione come Ibrahimovic"

Secondo il ‘Times’ è il miglior allenatore italiano di tutti i tempi mentre secondo ‘World Soccer’ è stato l’allenatore della miglior squadra di ogni epoca. Arrigo Sacchi, per tutti coloro che amano il pallone a rombi, è il pioniere del calcio moderno e un tecnico capace di rivoluzionare il gioco più bello del mondo. Ha legato indissolubilmente il suo nome al Milan che ha portato dal buio di anni mediocri alle luci splendenti di stagioni gloriose coronate 1 campionato italiano, 2 coppe campioni, 2 intercontinentali, 1 Supercoppa italiana e 2 Supercoppe Uefa. Tra passato e presente Milannews.it ha avuto l’onore di intervistarlo. Queste le domande e le risposte:

Il Milan in Europa League ritrova la Stella Rossa e la memoria va alla partita che ha affrontato con la sua squadra. Quale è il suo personale ricordo di quel match (oltre alla nebbia ovviamente)?

“Quando al mondiale del 1994 stavamo battagliando nei vari match, Costacurta mi disse che tutte quelle partite erano come la sfida di Belgrado. Fummo fortunati nella prima parte però per dirle non avevo visto né il nostro gol né l’espulsione di Virdis. Fu una notte di passione. Nella seconda partita meritavamo di vincere prima con grandi errori arbitrali. Non ci diedero un gol valido di un metro, ci furono violenze. Quando finì la partita però ho un bel ricordo; salirono sul pullman il presidente della Stella Rossa e il sindaco di Belgrado e ci dissero ‘Salutiamo i futuri campioni d’Europa’.”

Quanto ha inciso il club e quanto hanno inciso invece i singoli nei vostri successi?

“Tutto parte sempre dal club. E’ una cosa difficile da capire per chi non ha fatto queste esperienze. Il club con la sua storia, con la sua vita e con i suoi obiettivi e la sua passione e il suo stile viene prima della squadra. Come la squadra viene prima di qualsiasi singolo. L’Italia invece è un paese che punta sempre prima sul singolo che sul collettivo. Noi avevamo grandi singoli ma giocavano per la squadra e con la squadra. Se fosse dipeso dai soli singoli non avremmo raggiunto determinati risultati. Il primo anno Van Basten giocò solo tre partite su trenta per un grave infortunio ma vincemmo il campionato italiano. Nell’89/90 su nove partite di Coppa dei Campioni, Gullit giocò solo la finale. La squadra è quindi molto importante come avere dei grandi giocatori ma è fondamentale che questi giochino per la squadra e con la squadra. Loro danno e ricevono. Parlare di una squadra in un paese come in Italia è come mettere un dito in un occhio ad una persona. Fare squadra è la cosa più importante orche migliora la collaborazione e la comunicazione per raggiungere un grande risultato. Credevo e ripetevo spesso che l’improvvisazione fosse importante e fosse favorita dal clima della squadra. Un giorno durante un allenamento in cui stavamo provando degli schemi un giocatore mi disse che con quell'esercizio non stavamo improvvisando ma io gli risposi che ‘stavano improvvisando senza accorgervene’ proprio perchè favoriti da una comunicazione automatica creata dal grande clima di squadra”

Nella creazione dell’attuale gruppo rossonero, uno dei collettivi più uniti, sicuramente hanno avuto un grande merito Maldini e Pioli…

“Maldini, Pioli e Gazidis hanno creato armonia e stima tra le parti. Questo crea un gruppo sinergico e che sta dando il meglio di sé. Maldini è un ragazzo intelligente. Io l’ho avuto quando era molto giovane ma aveva già giocato due campionati in Serie A di alto livello. Io avevo un particolare modo di scegliere i giocatori. Essendo abituato alla povertà e essendo abituato ad allenare anche in squadre di prima o seconda categoria, andavo in società che erano abituate a lottare per la salvezza. Non avendo molti soldi da spendere puntavo sull’entusiasmo, sulla modestia e sull’intelligenza di questi ragazzi. E questo l’ho fatto anche con il Milan. Scartavo i giocatori che avevano un eccesso di protagonismo o di egoismo e le persone invidiose e avide. Ricordo che non volli giocatori che erano fenomenali ma che avrebbero minato l’integrità del gruppo. Ricordo che una volta dissi a Berlusconi riguardo un giocatore che il suo innesto sarebbe stato come inserire un cantante neo-melodico in un’orchestra rock. La prima cosa che guardavo era il lato umano e professionale. Al Milan, in questo senso, ho trovato giocatori bravissimi come per l’appunto Paolo. C’erano grandi uomini ma che all’inizio faticavano a relazionarsi in campo. Una delle prime cose viste in allenamento fu il posizionamento del corpo rispetto al pallone in possesso dell’avversario e non tanto sul giocatore che aveva la sfera tra i piedi. In relazione a questo la squadra si muoveva collettivamente, insieme e in armonia. Eravamo una squadra connessa. Mi ricordo che una volta, contro il Napoli, Evani era teso perchè doveva marcare De Napoli che aveva un grande passo. Mi ricordi che gli risposi di non essere preoccupato perchè la squadra lo avrebbe aiutato. L’unione di intenti è e sarà sempre il segreto nel calcio.”

Questa connessione, questa amalgama e questa unità è stata creata in un posto speciale come Milanello che, da giocatori e allenatori, è definito come un luogo magico. Quale sono le sue memorie e i suoi ricordi di questo luogo?

“Come coreografia e ambientazione è uno dei più bei centri sportivi in assoluto. E’ un posto dove potevi lavorare benissimo. La società si faceva sentire anche in questo. Quando arrivava Berlusconi quando vedeva qualcosa che non funzionava, chiamava subito il direttore dicendo: ‘la rete ha la ruggine’ o ‘bisogna cambiare la bandiera’ o ‘bisogna potare la siepe’. Un’attenzione ai dettagli maniacale e importantissima che faceva capire quanto la società prestasse attenzione a qualsiasi cosa. C’era tanta passione soprattutto da Berlusconi e Galliani. Ogni volta che c’è un riconoscimento chiamo Galliani e Berlusconi per condividere questo risultato perchè è stato raggiunto insieme. Quando arrivarono gli attestati di stima di ‘World Soccer’ o ‘France Football’ mi ricordo che chiamai Berlusconi ricordandogli le parole del primo giorno quando mi chiese di creare la squadra più grande del mondo. Ricordo bene quel momento. Quando me lo chiese gli dissi che questa richiesta poteva essere frustante ma anche limitativa. Giuro però che mai avrei pensato, un giorno, di ottenere un riconoscimento così importante. Nemmeno gli stessi giocatori lo avrebbero mai immaginato tanto che Ancelotti mi disse che non avevano compreso la grandezza di quello che stavamo facendo. Gli risposi che non lo avevo capito nemmeno io (ride, ndr)”

Oltre ai tre olandesi, nel suo Milan, c’erano calciatori straordinari come Evani, Donadoni o Ancelotti che sono stati fondamentali nei vostri successi...

“Evani, quando arrivai al Milan, lo stavano per cedere al Genoa. Ricordo che mi opposi categoricamente. Aveva avuto un infortunio e lo vedevo un po’ titubante ma avevo bisogno di lui. Prima della partita con il Verona gli dissi ‘o ti decidi a giocare o ti faccio vendere a Novembre’. Giocò e rimase. Su Ancelotti invece ricordo che il nostro medico, il povero Monti, aveva appurato che aveva un 20% di inabilità nel ginocchio. Berlusconi mi ricordo che mi disse ‘ma come faccio a prendere un giocatore così? A Roma dicono che è ‘na sola’ mentre il nostro medico dice che ha problemi al ginocchio’. Galliani, nel frattempo, mi aveva chiamato dicendomi che l’accordo con Viola era stato trovato. All’una di notte del venerdì, il giorno prima della chiusura del mercato, chiamai Berlusconi e gli dissi ‘guardi a me non interessano i problemi fisici al ginocchio, mi preoccuperebbe se avesse inabilità nel cervello ma quello funziona benissimo. Se lei me lo prende vinciamo il campionato’. Ricordo che rimase zitto un attimo e poi si dimostrò grandissimo dicendo ‘agli ordini’. Quando prendemmo Rjikaard gli feci visionare alcune partite della nostra squadra e lui mi disse ‘mister ma a centrocampo avete già un maestro’ ed io gli risposi, stupendolo, che lo avevo preso per giocare in difesa. Rjikaard è stato un fenomeno, un grandissimo giocatore ma all’inizio aveva come riferimento l’uomo invece che il pallone. Non era in connessione con gli altri giocatori. Succedeva che i nostri scappavano indietro e lui andava in avanti. Nel corso del tempo è cresciuto tantissimo ed è diventato fenomenale. Il grande segreto del Milan è stato quello di giocare con grandi giocatori che giocavano con la modestia e l’intelligenza di giocatori normali"

Nel calcio attuale vede qualche cambiamento di atteggiamento rispetto al passato?

“In Italia adesso c’è un risveglio, una sorta di tentativo di cambiamento nel modo di interpretare il calcio. Incredibilmente questo aspetto si vede nelle squadre di medio-bassa classifica che una volta venivano a San Siro solo per difendere mentre oggi sono più propositive. Il Milan attuale sta raggiungendo traguardi inaspettati perchè è formato da un gruppo giovane che non ha l’esperienza o la conoscenza di un gruppo più esperto e magari più guardingo. L’avvento di Ibrahimovic è stato azzeccatissimo perchè ha permesso a questi ragazzi di crescere in consapevolezza. Speriamo si riprenda presto.”

L’ha stupita lo svedese?

“Sì, in parte sì e sono molto contento per lui. E’ sempre stato un grandissimo giocatore ma in alcuni tratti solista mentre ora lo vedo molto più inserito nel collettivo. Il Milan ha grande entusiasmo. Grande capacità di apprendimento e tanta voglia di migliorarsi. C’era grande spirito di squadra e un collettivo molto unito che spostava la visione di un singolo contro 11 a 11 giocatori uniti contro uno. Mi ricorda molto il Parma con cui battei il Milan in Coppa Italia e con cui raggiungemmo grandi traguardi. Se viene a mancare il collettivo si vedono tutti i difetti di inesperienza ma come gruppo, invece, compensano quello che le squadre che spendono di più hanno a livello individuale”

Molti magari le chiedono quale è la partita più bella giocata con il Milan ma, andando in controtendenza, quale è il match più difficile che ha giocato?

“Ci sono tante partite che rigiocherei. Tutti i match che vincevamo non giocando bene per esempio. A Pescara ricordo che vincemmo 2-0 e avevo un muso lunghissimo. Galliani mi disse ‘Arrigo qualche volta possiamo vincere anche non giocando bene’. Io risposi di no perchè dovevamo ‘difendere uno stile’. Gullit mi disse ‘mister perchè negli ultimi 5-10 minuti se non abbiamo segnato, non buttiamo la palla in area e proviamo a risolverla di testa con me Maldini, Van Basten o Virdis?’. Ricordo che gli dissi che se avessimo avuto la sfortuna, non la fortuna, di fare gol il nostro stile sarebbe venuto meno. Con il nostro stile sono arrivati anche i riconoscimenti ai singoli che prima non erano mai arrivati. Lo stile dice chi sei e come sarai. Ti darà sempre senso di appartenenza"