Pato: "Non posso tornare indietro, al Milan è stato bellissimo: ho nel cuore i tifosi. Vorrei la maglia di Modric"

Pato: "Non posso tornare indietro, al Milan è stato bellissimo: ho nel cuore i tifosi. Vorrei la maglia di Modric"MilanNews.it
Oggi alle 14:00Primo Piano
di Francesco Finulli
Alexandre Pato ha ripercorso le tappe più importanti della sua carriera al Milan in un'intervista concessa al canale della Lega Serie A

Alexandre Pato, ex attaccante del Milan, è stato protagonista di una lunga intervista da parte del canale della Lega di Serie A per la serie di interviste Storie di Serie A. L'ex calciatore rossonero ha ripercorso alcune delle tappe più importanti della sua carriera milanista. Di seguito tutte le sue dichiarazioni.

Cosa conoscevi dell'Italia?

"Giocavo alla PlayStation, giocavo ai videogiochi da piccolo con il Milan e dicevo: 'Vorrei andare al Milan'. Avevano appena vinto la Champions e c'erano sette brasiliani. Quando giochi da piccolo vuoi diventare un calciatore professionista, giocare in nazionale. Seguivo tanto Ronaldo perché per la mia generazione era lui il numero uno. Quindi quando ho visto che lui era in rosa, ho detto: 'Lasciamo stare le altre squadre, io voglio andare a giocare con lui'"

Vero che c'era un interesse anche dell'Inter?

"Sì, c'era... C'erano alcuni interessi anche da parte di altre squadre. Per quanto mi riguarda, penso che oggi sia stata la scelta migliore, perché ho giocato nel Milan che vinceva, ho vinto con il Milan. E poi ho giocato con tantissimi campioni italiani oltre che con i brasiliani"

Il primo incontro in uno spogliatoio di campioni a Milanello?

"Il primo è stato Ancelotti a Milanello. E prima ancora il dottor Galliani: sono andato a Forte dei Marmi a incontrarlo, io ero giovanissimo. E questo è bello, perché io vivevo a Porto Alegre, venivo da una spiaggia piccolina. Mi ricordo che mentre andavo a Forte dei Marmi è passata una Ferrari: non ne avevo mai vista una.... Quindi sono andato lì a incontrarlo, e poi da lì lui mi ha portato a incontrare il mister. Davanti a tutti mi presenta, a me piccolino e tutto timido... Tutti si sono alzati, tutti mi hanno dato la mano e mi hanno abbracciato: quello per me è stato bellissimo"

Kakà era già un tuo idolo?

"Sì, lui era uno che seguivo tanto, però giocava in una posizione diversa dalla mia. Per me Ronaldo è sempre stato l'idolo: mi ero persino fatto i capelli come lui! Poi, mentre ero al Milan, è arrivato anche quello che per me è stato il massimo assoluto, il più forte di tutti: Ronaldinho"

Ti sei subito sentito a tuo agio con quei campioni?

"A 18 anni arrivare in una squadra che ha appena vinto la Champions, dove c'è il Pallone d'Oro che è Kaká, andare in uno spogliatoio in cui ci sono solo super campioni... Per me era voi decidete quello che devo fare: se devo correre 100 metri, io vado; se devo correre sulle montagne, io vado, basta che me lo diciate. Però quando ero col pallone, mi piaceva divertirmi. Penso che mi abbiano dato tutto per lasciarmi tranquillo e fare il mio lavoro. Mi faceva impressione stare in quello spogliatoio, però non avevo paura. Davanti a me c'erano Ricky Kakà e Paolo Maldini. Poi di fianco a me c'era Seedorf. Ti guardavi intorno e c'erano Pirlo, Inzaghi, Ambrosini, Nesta... c'erano tutti! Per me è stato davvero divertente".

L'esordio con il gol al Napoli lo avresti mai immaginato?

"Ho dovuto aspettare sei mesi per giocare la prima partita, perché mi ricordo che sono arrivato il 2 settembre e il mercato chiudeva il 31 agosto. E dicevo a mia mamma: 'Sai mamma, perché non mi hai fatto nascere due giorni prima?'. Perché così potevo iniziare a giocare già dall'inizio e magari vincere pure il Mondiale per Club, che per noi brasiliani è il massimo. Però è andata così, ho dovuto aspettare sei mesi per giocare. La prima partita contro il Napoli: Ronnie fa gol, io ci provo a fare gol con i suoi passaggi ma non ci riesco. Lui mi dà due palloni davanti alla porta, io sbaglio e viene da me a dirmi: 'Dai, mi devi aiutare!'. 'Io aiutare te? Ma cosa stai dicendo?!'. Poi io calcio, la palla rimane lì sul piede a Clarence Seedorf che segna, poi segna Kaká e mi sono detto: 'Mamma mia, manca il mio gol!'. Poi Favalli lancia da dietro, da lontanissimo, spara un lancio lungo davanti; io stoppo benissimo davanti al difensore, poi viene incontro il portiere... mi ricordo che la palla rimbalzava un pochino e ho pensato: 'Se la metto in alto, lui farà il gesto per cercare di prenderla in alto. Allora la metto sotto, sotto le gambe'. Quando la palla è entrata, è uscito fuori tutto quello che avevo dentro: il sogno di giocare nel Milan, di giocare con questi campioni e di segnare all'esordio. Mia mamma e mio papà erano lì: vedere tutta la gente gioire in quel momento per me è stato bellissimo".

Cosa ti faceva impressione?

"L'unico giocatore che mi ha fatto davvero impressione, che mi fa ancora un certo effetto oggi, era Ronaldinho. Lo vedevo giocare a San Siro: quanta storia! Però pensavo: 'Io provo a fare la mia storia qui'. Quando arrivavo allo stadio, il mio unico pensiero era puntare l'uomo e cercare di fare gol. Non volevo accontentarmi"

Cosa racconti a tuo figlio di te?

"Non voglio forzarlo, fargli vedere per forza che ho giocato al Milan. Lo lascio stare. Poi un giorno è andato a scuola calcio con i piccolini, torna a casa, viene da me e mi fa: 'Papà, ma tu hai giocato nel Milan?'. E io: 'Ma chi te l'ha detta questa cosa?'. Mi ha fatto davvero impressione: mi sono venute quasi le lacrime agli occhi perché è stata una cosa purissima da parte sua, non me l'aspettavo proprio. Però lui capisce, gli piace il pallone. Quando mi chiede di giocare giochiamo, ha tutte le maglie nuove del Milan, cerco di trasmettergli questa passione... E niente, spero solo che un giorno sia orgoglioso di me".

Qual è stato il feeling con i tifosi del Milan?

"Penso che ci sia sempre stato amore. Mi piace tantissimo Milano: ci sono arrivato da ragazzino e mi ha dato tantissima gioia vivere qui. I tifosi qui in Italia ti vengono vicino, ti abbracciano, ti chiedono la foto, ti parlano... A volte mi dico: 'Ho proprio bisogno di questo ogni tanto!'. Mi fa ancora impressione. Tengo davvero tanto a Milano e i tifosi del Milan ce li ho sempre nel cuore".

Maldini ti descriveva come un fenomeno...

"Mi ha insegnato tanto: non solo lì in campo ma anche fuori. Sono suo amico ancora oggi, ci scriviamo ogni tanto. Un giorno, mentre passeggiavo qui a Milano, ha visto una mia foto in cui facevo il modello e mi fa: 'Ehi, adesso fai il modello!'. Abbiamo davvero un bel rapporto. Poi, sai, ci sono stati anche degli episodi diversi: mi ricordo che un giorno ho detto una brutta parola e lui ha iniziato a urlarmi contro, a sgridarmi. Gli ho detto: "Scusami, non volevo!", ed era pure in mezzo a una partita, mi pare contro la Juve. Però lui è un signore del calcio, quindi per me resta una leggenda non solo in campo, ma anche fuori".

Sentivi l'anima brasiliana al Milan?

"Con Ronaldinho c'era qualcosa di speciale. Rideva sempre, era un ragazzo simpaticissimo e continua a esserlo. A volte arrivava da me e mi diceva: 'Ale, oggi giochiamo solo per fare i tunnel, eh!'. E io magari ne facevo uno o due, mentre lui ne faceva dieci! Era davvero incredibile. C'era un gran clima brasiliano qui a Milano in quel periodo"

Chi ti dava più consigli?

"«Uno che prendeva sempre l'iniziativa e mi portava da parte a parlare era Clarence Seedorf. Non si parlava solo di calcio, ma di tutto: un vero advisor. Lui era sempre lì a confrontarsi con me. Anche mister Ancelotti parlava tantissimo con me, quindi sono stati tutti bravissimi. Poi ogni tanto andavo pure a casa con Ronaldo, era lui a darmi i passaggi per rientrare..."

Il più severo?

"Kakha Kaladze ma c'era Allegri e poi c'era Ibra. Ibra negli allenamenti ti sgridava proprio per tirarti fuori il meglio"

Chi è l'allenatore che ti ha lasciato di più?

"Mister Ancelotti per me è speciale. E poi adesso che ha in mano la Nazionale spero davvero che possa fare un gran lavoro. A me piaceva tantissimo puntare l'uomo. Per me il tocco serviva sì per fare gol, ma quello che mi esaltava era puntare l'avversario, perché ero velocissimo: ne arrivava uno e lo puntavo, ne arrivava un altro e puntavo anche lui. Sul passaggio, invece, ogni tanto mi lasciavo un po' andare, non ero concentrato al massimo come quando facevo la mia giocata preferita, cioè puntare l'uomo. Lui veniva sempre da me a dirmi: 'Devi migliorare il passaggio, perché questo passaggio così non va bene'. Questa cosa mi è rimasta impressa perchè quando riesci a fare bene una cosa tendi ad adagiarti. Invece il motivo di quel richiamo era un altro: dovevi restare sempre concentrato al cento per cento su ogni singola cosa che stavi facendo".

Qual è stato l'infortunio più duro da digerire?

"Il primo è stato contro l'Udinese. Avevo fatto uno scatto, ero a metà campo per dare una mano e sapevo che poi sarei andato dritto in porta. Però a un certo punto vado a terra e pensavo che qualcuno mi avesse toccato da dietro. Ho provato a rientrare, ho continuato a giocare, ma poi è successo di nuovo... E poi un'altra volta ancora, una volta di qua e una volta di là. Se non era la gamba, era la caviglia... Oggi la vedo così: ero comunque giovanissimo e in certi momenti avrei dovuto avere molta più calma prima di affrettare il rientro in campo. Invece è andata così per diverse volte. Quando subisci un infortunio del genere devi prenderti il tempo giusto, magari servono un paio di mesi per recuperare davvero. Non posso tornare indietro, è andata benissimo e sono contentissimo: ho vinto qua con il Milan in un periodo bello".

Addio al Milan, sentivi che era il momento di cambiare ambiente?

"Non era mia volontà, però mi hanno fatto credere che quello fosse il momento migliore. Se oggi dovessi dare un consiglio a un calciatore che sta vivendo la stessa situazione che ho passato io, gli direi di non lasciare l'Europa e di non scegliere quel momento per tornare in Brasile"

Cosa diresti al Pato appena arrivato a Milano?

"Divertiti e fai quello che sai fare: sei felicissimo e fortunato, perché venire al Milan così piccolo non è facile. Tua mamma ti ha lasciato andare via di casa molto presto e si è fidata solo di Dio, l'unico che poteva davvero proteggerti. Tu divertiti e fai la cosa che ti piace di più al mondo, che è giocare a calcio"

Che cosa diresti del Pato giocatore da commentatore?

"Gli direi tante belle cose, non sono tipo da mettermi lì a rimproverare o a dire cose brutte. Oggi mi sto riavvicinando molto al calcio: faccio il commentatore in televisione e poi ho appena preso un club in Inghilterra (Northampton, ndr) insieme ad altri investitori. Sì, adesso questo ambiente mi piace molto di più rispetto a prima".

Un consiglio per un giovane brasiliano che arriva in Europa?

"La prima cosa da fare subito è cercare di entrare al massimo nella cultura del paese in cui vai. Devi imparare la lingua, devi capire dove ti trovi, che città hai intorno e come piace alle persone che tu ti comporti. Perché a volte non puoi semplicemente essere quello che eri prima: ti devi abituare al posto in cui ti trovi. Questo vale anche per le cose un po' al di fuori del campo: non devi pensare solo da calciatore, ma con la mentalità del club. È un aspetto che a volte i giocatori fanno fatica a capire".

Quale maglia di un giocatore del Milan prenderesti?

"Modric. Prenderei la sua: amico mio se sta guardando, puoi regalarmela! È un giocatore che fa impressione e gioca benissimo con il Milan: quando gioca è un Milan, quando non gioca è un altro. Sono contento che stia facendo bene"

Quale momento vorresti rivivere?

"Tornare al Milan. Il mio gol più bello? Quello contro il Barcellona in 23 secondi. I tifosi al Camp Nou urlavano e poi ho segnato e sono rimasti in silenzio"