L’insopportabile silenzio di Berlusconi
Non che negli ultimi anni quando ha aperto bocca per parlare del Milan, abbia detto cose di spessore. Tutt’altro. Qualche “hip-hip-hurrà”, “gap colmato”, “rosa più forte della Roma e della Juve”… Solo slogan sportivamente deliranti. Certo il silenzio di Silvio Berlusconi dopo la sconfitta nel trofeo intitolato a suo papà mercoledì sera, per il secondo anno collocato cervelloticamente in una notte di Champions e per il secondo anno disertato dai più, compresi i familiari, fa rumore. Eravamo abituati a un Presidente ciarliero e concreto, uno che entrava negli spogliatoi dei vincitori per complimentarsi o degli sconfitti per consolarli. Uno che caricava il Milan con tracce sensate e indicazioni coraggiose, uno che sapeva dove parare pur con la sua invadente saccenza calcistica che i suoi allenatori, vincenti e non, hanno saputo metabolizzare o sopportare. Il gioco è sempre valso la candela.
In questo periodo di triste, ineluttabile decadenza dell’epopea rossonera da lui firmata, ci si aspetterebbe qualche intervento di sostanza, qualche dichiarazione ufficiale sulla bontà o sulla modestia del mercato – quindi un giudizio anche sul suo amministratore delegato – e sulle reali ambizioni, sulle trattative per la cessione di una quota importante del club, sulla fiducia o sulle perplessità circa l’allenatore visto che non le ha mai fatte mancare a nessuno. Invece dopo essersi fatto sbugiardare su Clarence Seedorf senza profferire parola, ha continuato come se niente fosse. Prigioniero da una parte, è vero, di una liquidazione insopportabile da versare a qualcuno che altrimenti avrebbe da tempo terminato il suo al Portello, disinteressato dall’altra parte non fosse che ha inserito nei quadri sua figlia Barbara e che, appunto, sta vendendo metà del Milan.
Il silenzio di mercoledì sera non è tanto eclatante perché successivo a un appuntamento svilito e intristito dalla sua collocazione, quanto per la frase che lo ha giustificato: “Quando si perde si sta zitti”, esercizio che purtroppo in questi ultimi anni avrebbe dovuto osservare frequentemente, salvo invece sparacchiare cannonate mediatiche su una competitività inesistente. Lo specchio della confusione che regna dal 2012 al Milan è quella frase apparentemente insignificante pronunciata un qualsiasi martedì sera di ottobre dopo un qualsiasi “Trofeo Berlusconi” infilato in mezzo a una notte che per di più è costata il salasso dei diritti da parte di Mediaset. Un’autorete che nemmeno Zapata contro il Napoli. Vero che un bel tacer non fu mai scritto, ma mentre il suo giocattolo rossonero lo costringe al silenzio perché perde di continuo o comunque non vince più niente e in autunno è già lontano dal riuscirci, una frase sensata sarebbe la benvenuta. Una sola, ogni tanto, quelle del vecchio Presidente del quale non ricordiamo più se la brillantezza fosse un sogno o realtà.
L’alternative sarebbe procedere con i fatti: vendere il 48%, rimpastare la dirigenza e rifare la squadra. Capite bene a che punto siamo, invece.

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