Milan: aspettare Ibra è un dovere. Perché è fallita la “superiorità”. Non sarà facile migliorare il team

26.05.2022 00:00 di Franco Ordine   vedi letture
Milan: aspettare Ibra è un dovere. Perché è fallita la “superiorità”. Non sarà facile migliorare il team
MilanNews.it

Lo dico subito e senza indugi: il Milan campione d’Italia ha il dovere di aspettare Ibrahimovic quando tornerà abile e arruolabile nel 2023. Al contratto economico provvederanno Maldini e Massara, non è un problema. Il Milan ha il dovere di aspettarlo perché Zlatan è stato fondamentale nella rinascita del club e del gruppo squadra. Ha raccolto le macerie dello 0 a 5 di Bergamo e ha trascinato tutti, con i gol e quando non poteva più, con le parole e l’esempio, a vincere lo scudetto. È riuscito a giocare, sia pure spiccioli di partita, con quel legamento lesionato e il menisco frantumato: incredibile ma vero. Perciò è giusto che rimanga a bordo.

L’altra motivazione è da ricercare nella formula magica creata da quest’ultimo Milan. Come ha spiegato bene nella sua intervista Sandro Tonali, “il Milan non era il più forte sulla carta, lo è diventato”. Perciò anche il sottoscritto -perché devo riconoscere pubblicamente qui e altrove che ero tra gli scettici nel pronostico di inizio stagione al contrario di Suma e Pellegatti che invece erano convinti di centrare lo scudetto- deve ammettere la propria analisi sbagliata. Ma nell’errore ho colto la lezione e il significato di questo risultato storico. Storico perché ripete quello che è già successo altre volte nello sport e nel calcio in particolare. Per citare soltanto alcuni esempii: l’Italia di Lippi nel 2006 non era la nazionale più forte del mondiale ma ha trionfato a Berlino! Il Liverpool di Istanbul non era più forte del Milan stellare 2005 ma ha vinto la Champions!

Ecco allora cosa ha tradito gli interisti, qui intesi come comunità di tifosi, prima di Simone Inzaghi: aver coltivato la “superiorità” calcistica come dato immodificabile dagli eventi del campionato. Il Milan invece ha messo insieme le virtù che sono alla base di uno sport di squadra: 1) unità tra le diverse componenti (proprietà, guida del club, area tecnica, staff e calciatori); 2) fortissimo senso di appartenenza; 3) gioventù che vuol dire entusiasmo e capacità di andare oltre i propri limiti; 4) chimica speciale tra i protagonisti di Milanello. Non si spiegherebbe diversamente lo scudetto numero 19 arrivato nonostante i seguenti clamorosi “intoppi”: 1) macro-errori arbitrali in Milan-Spezia e Milan-Udinese, avrebbero steso un toro; striscia inquietante di infortuni nel girone di andata poi rimediata con la piena salute nel finale del torneo; perdita di Kjaer a dicembre e mai sostituito; Rebic e Ibra praticamente assenti nel 2022.

     Ecco perché secondo, fossi in Gazidis, Pioli e Maldini, imporrei il divieto ai propri tesserati di parlare di seconda stella. Saranno gli altri a ripetere il motivetto che ha portato loro fuori strada. Pensavano di essere i più forti, specie dopo il derby di ritorno di coppa Italia, e sono finiti fuori strada, vittime della loro presunta superiorità calcistica. Che è servita, come hanno spiegato bene Tonali e Theo Hernandez, a motivare il gruppo rossonero specie nell’ultimo tratto di campionato. Lo facciano i tifosi, loro sì possono sognare a occhi aperti. Non sarà semplice ripetersi.

Non so bene se sia più facile adesso migliorare il Milan o invece più complicato. Propendo per questa seconda ipotesi. Perché non mancheranno le sirene per Leao, perché il passaggio di proprietà non modificherà il modello di calcio sostenibile perseguito da Elliott, perché ripetersi è sempre più arduo dell’impresa isolata. Accadde al Milan di Zaccheroni anche se quel Milan era molto più datato e dal mercato estivo successivo non arrivarono i rinforzi necessari per reggere la concorrenza. Maldini, Massara, Moncada più Pioli hanno dimostrato di saperci fare. Bisogna fidarsi del loro intuito, della loro conoscenza dei margini di miglioramento del gruppo.