Milan, l'uomo è Kucka. Pazzini, la talpa col sorriso. Galliani, sotto sotto un bel niente. Cassano, almeno lui a Londra c'era...
Vedo, colgo e sento che le voci sulla Roma e su Allegri non finiscono. Ma queste, se premettete, sono questioni di Galliani e Allegri. Decidono loro e fra loro, prima di ogni altra cosa o altro Club che sia. Loro due, uno di fronte all'altro, sono come un doppio Tom Hanks di Cast Away. Hanno saputo essere soli nei momenti decisivi dell'ultimo anno della loro vita e meritano di affrontare da soli ogni argomento. Sono stati soli la scorsa Primavera quando li davano tutti per esautorati rispetto ad un nuovo assetto societario, sono stati soli nel mare in tempesta dell'estate della rifondazione e dell'elmetto, sono stati soli alla deriva sull'isola deserta dei due mesi da retrocessione di inizio stagione. C'è stato, è vero, l'attimo di Zè Eduardo, ma senza quell'attimo la squadra non si sarebbe ricompattata attorno alla figura dell'allenatore e un dirigente fuoriclasse come Adriano Galliani non può non averlo colto. Dunque decidono loro. Con tutto il rispetto per la Roma e per qualsiasi altro agente esterno. Un indicatore utile per cogliere la direzione dei prossimi mesi rossoneri, potrebbe essere il centrocampista genoano Kucka. Non è un mistero fra gli addetti ai lavori del mercato che il gradimento dei tecnici, probabilmente Allegri compreso, nei confronti di questo giocatore, sia altissimo. Corre, copre, rifinisce, tira. Quantità e qualità. L'interesse primario del presidente Preziosi è il Genoa e non accadrà nulla che possa far passare in secondo piano gli interessi economici e sportivi rossoblù rispetto a consolidati rapporti personali e di mercato. Ma se davvero Kucka dovesse prendere la via di Milano rossonera, l'equazione sulla permanenza, già largamente prevista, di Massimiliano Allegri sulla panchina del Milan si risolverà in automatico, ma tutto proseguirà come deve anche senza Kucka.
C'è stato un giorno, all'inizio del mese di Febbraio, in cui, in una intervista a Milan Channel, mentre il resto dei media era in pieno delirio balotelliano, Massimo Ambrosini parlò: "Non dimentichiamoci di Pazzini...". Tutti l'avevano dato per superato e archiviato. Non il capitano della squadra che, peraltro, ha iniziato a giocare nel Milan nel 1995, al netto 18 anni fa. Non trovò grande spazio sui media il pensiero ambrosiniano. Però era stato scandito e scolpito ben bene. Perchè? Ma perchè Pazzini ha giocato a inizio stagione ogni tre giorni quando il Milan andava male e il ginocchio faceva le bizze, firmando la prima vittoria del Milan sia in Campionato (a Bologna) che in Champions League (a San Pietroburgo). Perchè Pazzini, nel momento del trapasso di Pato e della terapia d'urto del presidente Berlusconi a Milanello, ha saputo vivere in silenzio e con serietà i mesi di Novembre e Dicembre in cui, senza Balotelli, i titolari davanti erano Boateng, Robinho ed El Shaarawy. Perchè nonostante queste esclusioni, Pazzini entra nel finale di Milan-Juventus e si rivela fondamentale per aiutare la squadra a passare indenne gli ultimi 20 minuti della grande sfida. Perchè Pazzini, scrivo in ogni caso prima di Genoa-Milan di ieri sera, fino al 7 Marzo nel 2013 tutte le volte che ha giocato dall'inizio il Milan ha vinto. E tutto questo patrimonio di rendimento ed educazione viene prima dei 13 gol e di chi ci ha guadagnato nelo scambio con Cassano. Viene prima. Molto prima. Leggo che qualcuno ha fatto il permaloso, perchè alla domanda sulla talpa di Appiano (è stata l'Inter a puntare il dito sulla talpa, sottolineando anche su questo sito con Scarpini che il problema non era l'episodio ma chi l'ha fatto uscire!) il Pazzo ha risposto sorridendo e con un, gli è quasi scappato, non voleva nemmeno, guardare la registrazione per credere, "lo sanno tutti chi è". Qualcuno ha commentato: per forza, ha i sassolini nelle scarpe...Biasin, lasciamo perdere: se il Pazzo (che comunque non lo farà) un giorno decidesse di toglierseli davvero i sassolini nelle scarpe, che non hanno nulla a che vedere con il divertissment della talpa, qui facciamo notte...
Ad Antonio Conte, senza pregiudizi e con rispetto. Anche perchè quest'anno è ugualmente vincente ma più sereno e gradevole rispetto all'anno scorso. Caro Conte, il Milan l'anno scorso 7 punti di vantaggio sulla Juventus non li ha mai avuti. I punti di vantaggio si calcolano alla fine di ogni giornata completa e, a parità di partite, il massimo vantaggio del Milan sulla Juventus nel girone di ritorno dello scorso campionato è stato di 4 punti. Che poi erano 3 effettivi, perchè per via del gol di Muntari, lo scontro diretto era favorevole alla Juventus. Quest'anno invece la Juventus vincerà lo Scudetto perchè ha 6 punti di vantaggio, ovvero 7 effettivi con lo scontro diretto a favore. Dire e analizzare queste cose non significa essere juventini. Sia chiaro, Galliani con queste considerazioni non centra nulla e le mie frasi non comportano alcuna responsabilità oggettiva. Ma, che io sappia, Adriano Galliani ha avuto nella vita tre passioni sportive: una fugace per il Bologna a metà anni sessanta all'epoca dello spareggio-Scudetto romano, il Monza e il Milan. Che poi seguisse, da appassionato, le grandi squadre è altrettanto vero. Vibrava per le finali di Coppa dei Campioni del Milan nel 1958 a Bruxelles e nel 1963 a Wembley come, probabilmente ma senza certezze, per le successive finali della Juventus. Che avesse, in gioventù, amici juventini, ma in Brianza è inevitabile, credo di poterlo confermare. Ma che, oggi, Galliani sotto sotto sia juventino, non sta nè in cielo nè in terra. Ma anche se dovessimo guardare al passato remotissimo, certamente non ha mai tifato contro il Milan come, forse, capitò contro la Juve ad un paio di dirigenti calcistici piuttosto noti ai tifosi bianconeri in una serata del 1973, in una finale europea fra Ajax e Juventus...
Nel primo tempo di Tottenham-Inter, le uniche cose nerazzurre degne di una grande squadra le ha fatte Antonio Cassano. Lavoro, corsa, recuperi e difesa del pallone, lancio sublime ad Alvarez che, poi, solo davanti al portiere, mette fuori. E tutto questo Antonio lo ha fatto fuori ruolo e con all sue spalle tre giocatori, Kovacic, Alvarez e Pereira, che non erano assolutamente in grado di fornirgli il benchè minimo supporto fisico. Nel secondo tempo, stanco e defilato per il gran lavoro della prima frazione in cui in ogni caso una sua palla poteva riaprire la partita ed è questo che si deve chiedere ai giocatori come lui, Antonio ha fatto meno. Ma leggere il giorno dopo che è tornato Gordo e che trotterella per il campo, con un sonoro 5 in pagella, solo mezzo punto in più di Alvarez (!!!) significa solo che la vicenda dello spogliatoio di Appiano è tutt'altro che chiusa come ci è stato ufficialmente detto...

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