Noi, che ci siamo sbagliati

Noi, che ci siamo sbagliatiMilanNews.it
© foto di Pietro Mazzara
venerdì 22 febbraio 2013, 00:00Editoriale
di Luca Serafini

Non c'è limite alla sottocultura sportiva o al disfattismo italiano: la Juve travolge il Celtic in casa sua, dove nessuna italiana passava da mezzo secolo, "ma bella forza, non ha incontrato nessuno, il Celtic è poca roba". Il Milan travolge il Barcellona che perde con 2 gol di scarto una volta ogni morte di Papa, "ma il Barcellona è finito, presuntuoso, appagato". Non che la Juve si sia trovata il Celtic agli ottavi grazie allo strepitoso primato nel girone di qualificazione. Non che il Milan abbia giocato una partita perfetta, umile, attenta. No. Sono le avversarie, prima di tutto, ad aver fatto schifo. Mah....
Noi non torniamo indietro. E, se potessimo farlo, non cambieremmo una virgola di quello che abbiamo detto e scritto da maggio 2012, quando è stato gettato uno scudetto già vinto e quando è cominciata un'epurazione cieca, addirittura un po' isterica. Senza spiegazioni. Oggi però una riflessione viene spontanea, senza alcun pentimento, anzi con una gioia dolce, sottile, perfida come forse soltanto Massimiliano Allegri può vivere e condividere in queste ore: qualcuno si è sbagliato: Noi, ci siamo sbagliati. Non su un mercato estivo deprimente, non su una squadra raffazzonata e lavorata come pasta di pane da luglio a ottobre, non su un quadro che ha visto sbocciare come conseguenza (non certo per programmazione) giovani e sorprese, alla stregua di un magico albero di Natale. Ci siamo sbagliati sulla testardaggine di un allenatore che non trasmette grandi emozioni, non regala proclami né carica, non cambia il suo modo di gestire le partite, i cambi, le formazioni. E siccome oggi ha ragione lui, una riflessione - appunto - va fatta.
Non è un mea culpa, né una lettera di scuse. Non c'è nessun eroismo nell'ammettere i propri errori, non c'è nessuna presunzione pensare che aver criticato e frustato un ambiente stravolto, sia servito a qualcosa. E' semplicemente un'analisi, come sempre. E, come sempre, un'analisi dettata dalla ragione oltre che dal cuore. Nella girandola di cambi di ruolo a cavallo tra l'estate e l'autunno, il terzino sinistro lo ha azzeccato. Constant. Intuizione felice.

Le potenzialità di De Sciglio le ha capite per primo, sia pure aiutato dai problemi di condizione post-Europeo di Abate e dello stesso Antonini. Ha dato duttilità, anima e cuore a un centrocampo (e a una squadra, perché no) che non ne aveva più. Arresosi come tutti alla nullità di Pato prima e Robinho poi, Allegri ha insistito su un modulo offensivo che gli consente cambi e ricambi flessibili sull'orma delle sue idee: Niang, Pazzini, El Shaarawy. E ora Balotelli, follia elettorale o sentimentale - abbiamo già detto - non fa differenza. Non poteva fare a meno di aspettare, di insistere su Boateng, che comunque ha relegato qualche volta in panchina. La lezione (forse) è servita, la sveglia (sicuramente) è arrivata perché al di là del gol al Barcellona, le ultime partite del ballerino di moonwalk sembrano quelle di un calciatore, finalmente.
Allegri ha un merito incontestabile: con una squadra raramente bella, quasi mai spettacolare, è andato avanti testardamente, cocciutamente per la sua strada, trascinando un'armata allestita senza soldi e con poche idee a una rimonta mozzafiato in Italia e a un'impresa memorabile in Champions. Quando il Milan era nei bassifondi della classifica, quando annaspava contro Malaga Zenit e Vitoria, non si sarebbe potuto scommettere un euro sul piazzamento in uno dei primi 5 posti del campionato, nemmeno 50 centesimi sull'impresa contro i marziani di Catalogna. A febbraio, il Milan è terzo e ha vinto 2-0 contro i blaugrana. Ci è arrivato nonostante Mexes e Zapata, nonostante un centrocampo ruvido, ci è arrivato con i fantasmi di Pato e Robinho, con un Boateng macchinoso e tardivo. Sui risultati, ha avuto ragione lui, fin qui. E noi torto. Non abbiamo più il Milan che ha giocato a calcio come pochi per 5 lustri, ma Allegri si è inventato un Milan di nuovo capace di vincere. Con cuore, attenzione, sagacia, tattica. Umiltà.
Nulla è ancora compiuto: c'è un derby che vale un posto in Champions domenica sera, c'è un ritorno infuocato al Camp Nou. Arrivarci a +1 sull'Inter e +2 sul Barcellona non lo avevamo previsto, non potevamo prevederlo. Non credevamo che questo allenatore potesse portare in alto questa squadra. Su questo, certamente ci siamo sbagliati. E vorremmo continuare a sbagliarci fino alla fine.