Perché dobbiamo crederci ancora?
In quel gol del prode Calderoni al 92’, una scarpata a cento all’ora imbucata laggiù nell’angolino tra i polpastrelli di Gigio e il palo - l’unico pertugio percorribile per la fisica e la geometria -, ho letto tutto il libro autobiografico del karma negativo che il Milan si sta scrivendo addosso da 7 anni. Tatuato da capo a piedi come un qualsiasi rapper on the road. Carlo Ancelotti mi ha insegnato, e molti altri atleti me lo hanno sempre confermato, che nello sport (forse nella vita) buona sorte e sfiga un po’ te le porti a casa da solo. Se sei positivo, hai autostima, sicurezza, fiducia, determinazione, è più facile venirne a capo. Se hai le palle mosce come buona parte dei rossoneri in questo spogliatoio, non c’è verso: anche una partita in cui potevi trovarti 3-0 dopo mezz’ora, beh finisce 2-2 con una zoccolata astrale al 92’. Appunto.
Gattuso quelle palline di criceto le ha grattugiate, spremendo 68 punti: auguro di cuore a Pioli di riuscire a fare altrettanto.
Domenica sera ero commosso a San Siro (è questo il vero nome dello stadio di Milano): 50.000 persone con il Lecce dopo una partenza sconcertante, una classifica umiliante e l’ennesimo esonero. 50.000, tutti lì, a San Siro. Incredibile. Questo popolo dalla fede incrollabile, generosamente salvato dalla serie D, era lì un’altra volta a crederci. Curva Sud compresa, in silenzio ma c’era. E ho sofferto con loro: comprendo bene l’esasperazione che affligge chi fischia e chi espone striscioni. Potrebbero starsene a casa al caldo davanti alla tv e invece sono lì. A crederci. E perché? Perché non ci sono alternative, ma soprattutto perché con tutti i loro umani limiti e inesperienze professionali, Paolo e Zorro con la loro semplice presenza garantiscono che un progetto c’è. E che questo progetto (non a breve, mettiamoci il cuore in pace) sia speculativo per il Fondo e di onore per Maldini e Boban, poco importa: non credo che vogliano mettere a repentaglio la storia gloriosa delle loro carriere e un’immagine pulita, per accondiscendere agli affari propri di un Fondo straniero. Il quale a sua volta non può e non vuole fallire proprio nell’investimento di maggiore visibilità.
Una condizione però c’è. Una condizione estrema, che unisce i due differenti discorsi di questo editoriale: alla nidiata di pulcini accatastati a Milanello in questi ultimi 3 anni, vanno aggiunti alla svelta galli e chiocce con le palle. Alla Ibrahimovic per intenderci. Alla Modric, alla Ribery. Gente che gli insegni a vincere. Gente che gli spieghi che per vincere, con stipendi da 2/3/400 mila euro al mese, bisogna pensare e vivere come tranvieri benzinai minatori muratori operai... Bisogna lavorare duro insomma, molto duro, fino all’ultimo giorno della propria carriera. Bisogna prendere esempio dalla fame atavica (non dal talento naturale) dei 35, 36, 40enni ancora al top. E bisogna andare a letto presto la sera, specie dopo le troppe sconfitte. Perché il campo la mattina del giorno dopo ti aspetta ed è quello infine l’unico, ultimo, spietato giudice del tuo privilegiato mestiere.
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