L'anticipo di Galli - Basta col soccer, torniamo al calcio
Non è solo terminologia: soccer non è la traduzione americana di football come chips e fries o cookies e biscuits. Chi ha visto la serie tv Ted Lasso (consigliatissima!), ambientata proprio nel mondo del calcio inglese con un protagonista americano (un coach, quindi, e non un manager), si sarà divertito a constatare come fra britannici e statunitensi esista una vera incomunicabilità pur parlando di fatto la stessa lingua. E come fra americani ed europei in genere l’investimento emotivo per quella che apparentemente è la stessa cosa sia completamente diverso. Lo stiamo scoprendo a nostre spese: noi siamo abituati a investire tempo, energia, emozioni per i nostri colori. Piangiamo per una sconfitta, da bambini ma anche da adulti. Ci disperiamoascoltando alla radio uno scudetto perso all’ultima partita di campionato (o una mancata qualificazione in Champions...). Consoliamo i nostri tifosi più giovani per le sconfitte, rincuorandoli e dicendo loro che torneremoforti. Per gli americani tutto questo è incomprensibile: il coinvolgimento emotivo non è contemplato, tutto è spettacolo, intrattenimento, la telecamera che va a cercare i tifosi che si baciano all’intervallo (anche se sei sotto 0-1, mannaggia?), cibo in quantità bibliche, gadget, sciarpe, una maglia o, meglio, molte maglie, talvolta di strani colori.
Possiamo capirlo. Possiamo tollerare le magliette strane, se ci dicono che se ne vendono centomila col nome di Pulisic e questo ci consentirà di comprare nuovi giocatori. Ciò che fatichiamo a sopportare, invece, è questo immobilismo. Non abbiamo un amministratore delegato, non abbiamo un direttore sportivo, un allenatore; e quello che dovrebbe (o che non dovrebbe) essere il principale consulente dell’area tecnica è impegnato in spot pubblicitari e a commentare le partite dei Mondiali.
Non riusciamo proprio a capire, nonostante la bella intervista immaginaria a Gerry Cardinale e Zlatan Ibrahimovic realizzata dall’amico Marco Piepoli, che cerca di entrare nella mente dei due plenipotenziali rossoneri: “A New York City vedo il Milan meglio che in tribuna a San Siro o da Milanello, perché vedo quello che conta: il posizionamento globale. Lei guarda il 2-1. Io guardo la traiettoria del marchio".
Quello di Piepoli è un gioco, certo. Ma è un gioco che fa paura perché dall’altra parte non è arrivata nel frattempo una sola parola di spiegazione: stiamo facendo questo, per arrivare a questo e ottenere questo nell’arco di tot anni. Niente. Silenzio. Eravamo in cima al mondo e oggi siamo alla periferia del calcio europeo. Ma soprattutto nessuno ritiene di dover spiegare niente a quelli che sono i veri azionisti morali –nel mondo di Cardinale si direbbe stakeholder – cioè i tifosi rossoneri.
Ma allora? Vogliamo solo rassegnarci? Non è facile, ma da qui in avanti vorrei provare a pensare positivo, a vedere un barlume di speranza all’orizzonte, a credere che chi è al comando capisca che si è arrivati a un punto di non ritorno e che un altro anno fuori dalla Champions, le proteste dei tifosi, i malumoridel popolo rossonero, porteranno a un danno d’immagine che, in definitiva, svilirà in modo forse irreparabile il famoso “brand Milan” da cui tanto ci si aspetta. Voglio credere, insomma, che Gerry Cardinale comprenda la necessità di un’inversione di rotta. Come? Puntando decisamente su Ralf Rangnick, non malgrado le condizioni che ha posto, ma proprio perché le ha poste. Spero che l’attuale CT dell’Austria diventi il responsabile dell’area tecnica del Milan, che scelga il nuovo allenatore (mi auguro Oliver Glasner) e con lui e con un direttore sportivo di sua fiducia costruisca la squadra rispettando il perimetro economico-finanziario disegnato dalla proprietà. Un progetto almeno triennale che abbia come obiettivo lottare per lo scudetto, poi disputare la Champions, poi provare a vincerla o comunque a entrare stabilmente in quell’esclusivo club di club (perdonatemi il gioco di parole) che la coppa più importante la frequentano e la onorano ogni anno, come compete al Milan.
Rangnick dovrà avere ampio mandato anche sul settore giovanile, anch’esso recentemente oggetto di interferenze che non hanno giovato a nessuno: basti pensare alla maldestra cacciata di Abate, che in due anni – vada come vada – si è guadagnato una panchina in Serie A. Riguardo a Milan Futuro, altro progetto mai sbocciato, su cui girano voci contrastanti, sarà necessario, se si deciderà di proseguire, un maggior coordinamento con il settore giovanile, in particolare con la Primavera e, naturalmente, con la prima squadra, in una sorta di osmosi tra le parti. E tutto questo è esattamente la filosofia di Rangnick.
Però, c’è un però: occorrerà fare in modo che non solo il potere decisionale sia davvero nelle mani e nella testa del manager austriaco e che le persone da lui scelte possano operare, certamente in modalità collaborativa, ma con la necessaria autonomia; andranno anche allontanate le persone che hanno ostacolato il precedente progetto tecnico, senza se e senza ma, qualunque sia il peso che hanno avuto e che tuttora detengono nell’ecosistema Milan: non credo serva fare nomi. Nonostante fonti autorevoli dicano che tutto sia saltato, io spero sempre che Rangnick possa arrivare.
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