Una sconfitta che aumenta i rimpianti. Cambiare ogni anno l'allenatore non è la soluzione a tutti i mali. Berlusconi decida cosa ne deve essere del Milan
“Una sconfitta onorevole”, “il Milan esce a testa alta dalla sfida con la Juventus”. Sono solo due commenti, veritieri, di quanto accaduto in campo sabato sera contro la squadra di Massimiliano Allegri, ma sono anche definizioni di un ko che, molto spesso, vengono utilizzate da squadre di medio-bassa caratura per giustificare la sconfitta contro avversari di più alto rango tecnico ed economico. Il Milan, in cuor suo, continua a considerarsi una grande squadra e allora ben vengano le reazioni fumantine di Sinisa Mihajlovic nel post partita dove il tecnico serbo si è detto arrabbiato del risultato. Questa è una mentalità da grande squadra, perché negli anni d’oro – che appaiono così lontani sotto tutti i punti di vista – una sconfitta casalinga per 2-1 contro la Juventus sarebbe stata accolta in maniera diversa, con un metro di arrabbiatura molto alto. Oggi, invece, sembra quasi che vada bene così, perché gli avversari sono troppo più forti anche in una serata in cui sembravano più vulnerabili del solito. Fosse finita in parità, questa partita, sarebbe stata accolta con fuochi d’artificio. Purtroppo la dimensione attuale del Milan è questa, dove se esce uno dei titolari, chi subentra non riesce ad esserne almeno all’altezza. Per provare a ripartire ci vuole tempo, chiarezza e una solidità dal punto di vista della guida tecnica.
Non è continuando a cambiare gli allenatori che si troveranno le soluzioni ai problemi della squadra. Il ritiro dell’ultima settimana, a detta dei protagonisti, è servito a tirare fuori quelli che sono i problemi del gruppo. Difficoltà di tipo psicologico ancor prima che tecnico, perché anche contro la Juve, dopo il gol del 2-1 di Pogba, la sensazione che ha pervaso tutto lo stadio di fede milanista è stata che la partita fosse finita in quel preciso momento. Ci sono difficoltà oggettive, è vero, ma ci sono anche pochi leader carismatici capaci di tenere alta la tensione anche nei momenti di difficoltà interni ad un match. Vedere giocatori che scuotono il capo alle prime difficoltà non fa bene a nessuno, ma come dice Sinisa, certe cose non le puoi allenare: o le hai o non le hai. Però, siccome è troppo difficile ricostruire una squadra dalle fondamenta in pochi mesi, allora dal 22 di maggio in avanti potremmo assistere al nuovo ribaltone in panchina, dove chi arriverà si troverà con qualche certezza in più rispetto al passato (Mihajlovic ha fatto un grande lavoro), ma con i problemi che si sono instaurati dall’estate 2012, quando l’ultimo Grande Milan è stato depauperato delle sue certezze tecniche e umane per i motivi di bilancio che tutti conosciamo.
Non si può avere tutto e subito, non si può pensare di tornare a vincere immediatamente con situazioni intermedie. Serve finalmente affidarsi ad un progetto vero, concreto, che sia pienamente condiviso dalla proprietà (che dovrà continuare a finanziare il club se non cambierà idea sulla cessione delle quote) e dalla dirigenza. Brocchi potrebbe essere un nome giusto per affrontare una pianificazione pluriennale, dove l’obiettivo primario dovrebbe essere quello di ricostruire davvero, con calma e pazienza, le fondamenta della squadra per arrivare, nel corso degli anni, a tornare vincenti. Altrimenti il Milan continuerà a vivere in una terra di mezzo, tra quello che è stato e quello che è attualmente.

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