Capello ricorda Berlusconi: "Realizzava i sogni. Voleva la squadra di calcio più forte del mondo? C'è riuscito"
Intervistato dal collega Aldo Cazzullo per Il Corriere della Sera, l'ex allenatore e CT Fabio Capello ha ripercorso alcune delle tappe più importanti della sua carriera, sia in campo che in panchina, parlando ovviamente anche di Milan e del suo rapporto con il presidente Silvio Berlusconi. Di seguito alcuni estratti della sua intervista.
Nel ’79 lo scudetto della stella con il Milan.
"È stata per tutti una grande soddisfazione, un traguardo necessario. Vincemmo perché eravamo uniti, anche se non eravamo i più forti".
E smise.
"Ero arrivato. Ho fatto molti sacrifici per arrivare a 34 anni; poi basta. La fortuna è che mi è stato proposto subito di fare l’allenatore. Ho cominciato con i ragazzi di 15 anni, poi quelli di 17".
E arriva Berlusconi.
"Mi affidò la prima squadra al posto di Liedholm, vinsi lo spareggio con la Samp per andare nelle Coppe, e lasciai il posto a Sacchi. Berlusconi mi mandò alla Mediolanum, mi occupavo di altri sport, di hockey. Ma aveva promesso di richiamarmi".
La richiamò, e vinceste quattro scudetti.
"Mi chiese se me la sentivo, perché voleva cambiare quattro giocatori importanti. Risposi: perché vuole cambiarli? Sono tutti forti. Li ho riuniti e ho chiesto: davvero non avete più voglia di vincere? Così ricreammo il gruppo".
Nel 1994 il suo Milan vinse il campionato facendo solo 36 gol in 34 partite, ma prendendone appena 15.
"Gli olandesi erano fortissimi in attacco, ma la vera forza del Milan è sempre stata la difesa: Maldini, Tassotti, Costacurta, Filippo Galli, Baresi".
Era più forte Scirea o Baresi?
"Erano diversi. Nel difendere Baresi era nettamente più bravo. Scirea era un libero che sapeva giocare a centrocampo. A livello di qualità del gioco, Scirea era superiore".
Che ricordo ha di Berlusconi?
"Eccezionale. Uno che realizzava i sogni. Tutti cercavano di fare televisione; lui c’è riuscito. Voleva la squadra di calcio più forte del mondo; e c’è riuscito. Era molto rispettoso e generoso, ha aiutato tutti quelli che poteva aiutare. L’ho sempre visto con un pezzo di carta in mano: voleva sapere cosa pensavano gli altri, si appuntava tutto. Io l'ho poi fatto con le squadre: chiedevo cosa volessero i giocatori, cosa gli piaceva e cosa no. Non volevo yes man".

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