Dall'esordio con il Milan al gol in Champions: Tommaso Pobega si racconta a 360 gradi

29.11.2022 18:00 di Manuel Del Vecchio Twitter:    vedi letture
Dall'esordio con il Milan al gol in Champions: Tommaso Pobega si racconta a 360 gradi
MilanNews.it
© foto di www.imagephotoagency.it

Tommaso Pobega, alla sua prima stagione in prima squadra con il Milan dopo una vita nel settore giovanile, si racconta ad “Homegrown”, format di Milan TV. Di seguito le sue dichiarazioni e di chi ha seguito la sua crescita, tra genitori ed allenatori:

Sul gol in Champions: “Il primo lo abbiamo fatto, adesso pensiamo agli altri (ride, ndr)”.

Il papà, Giorgio Pobega, inizia a parlare dell’infanzia di Tommaso: “Ha iniziato a giocare a pallacanestro, ha fatto il primo anno lì ma non si facevano le partite. Lui voleva giocare le partite come faceva il fratello e di conseguenza siamo andati a giocare a calcio. Siamo andati a Melara nella squadra di San Luigi, appena è arrivato l’allenatore gli ha gettato la palla per terra, lui l’ha calciata senza pensarci e l’allenatore ha detto: “Va bene, lo possiamo prendere” (sorride, ndr)”.

Parola ad Ezio Peruzzo, presidente del San Luigi Calcio: “È venuto col papà, che mi ha chiesto di far giocare il ragazzo. Però era piccolo, allora dissi: “Diamogli un pallone…”. Il papà me l’ha ricordato pochi giorni fa, mi ha detto: “Hai avuto occhio e naso perché hai detto subito di portarlo”. Già da quell’età si vedeva che aveva un gran talento”.

Nicola Lombardi, primo allenatore di Tommaso: “Già dagli occhi si vedeva che era vispo, vivo. A quell’età non puoi capire dove può arrivare. Aveva però una base di partenza notevole anche quando era molto piccolo. La sua vivacità, il suo dinamismo era al di sopra della media. Poi era di carattere un ragazzino splendido. L’ho allenato per tre anni, fino alla soglia dei pulcini: era molto piccolo, però per tre anni non ho dovuto mai riprenderlo. Era vivace ma molto educato, era molto comprensivo con gli altri. Cresceva di anno in anno in maniera esponenziale. L’ho seguito indirettamente anche all’età di 14 anni quando ha fatto il salto ed è stato preso dal Milan. Mi aspettavo che qualche società di spessore di Serie A lo vedesse e lo prendesse”.

Il primo ricordo di Pobega per Lombardi: “Ricordo che ero al campo, un mio collaboratore entra con un papà ed un bambino e mi indica, avevo capito che voleva delle informazioni. Il papà mi ha chiesto quando poteva cominciare. Io l’ho guardato, era in maglietta e pantaloncini, con delle scarpe da ginnastica, e allora gli ho detto: “Anche subito”. Al che Tommaso si è voltato verso il papà come per implorarlo, il papà ha dato l’ok e allora gli ho lanciato una palla pensando che la prendesse con le mani, come accade con tutti i bambini piccoli. Lui invece ha tirato una cannonata di sinistro che ha attraversato tutto il campo. Il papà mi ha raccontato che quando Tommaso è tornato a casa è andato dalla mamma tutto contento a dire che lo avevano preso”.

Parola a mamma Elena: “Era sempre molto vivace, curioso. Aveva la parlantina sciolta. Un bambino contento dei suoi traguardi, giocava spesso anche con gli amici del fratello e si rapportava quindi con bambini più grandi. Secondo me questo l’ha aiutato tantissimo nella sua crescita”.

Questo invece il racconto di Sebastiano, fratello di Tommaso: “Giocavamo sia a calcio che a pallacanestro, in base al tipo di campo che trovavamo in giro la domenica”.

Lorenzo Venturini, miglior amico di Tommaso: “Ci siamo conosciuti tantissimi anni fa in un camp estivo dell’Udinese nell’estate fra la quinta elementare e la prima media di Tommaso. Poi casualmente è venuto nella mia stessa scuola media dove andavo anche io e da lì è cominciata una grande amicizia, abbiamo iniziato a giocare assieme alla Triestina con i Giovanissimi, lui era già molto forte. Lui ha continuato un percorso importante con il Milan, io ho continuato qui in categoria. Ci sentiamo praticamente ogni giorno, cerco di andare a trovarlo il più possibile. Vado a Milano da lui e le vacanze le facciamo sempre insieme. Anche se sono fuori casa quando gioca dico alla mia ragazza: “Dobbiamo tornare a casa, gioca Tommaso” (ride, ndr). Le seguo tutte, quando riesco vado anche allo stadio, è un’emozione incredibile. Quando segna è da brividi”.

Parola di nuovo a Pobega, che ora vive la quotidianità di Milanello: “È stato un processo lungo, formativo. Sono arrivato nel 2014 che avevo 14 anni, mi sono presentato in convitto. Ho iniziato al Vismara con i Giovanissimi Nazionali e ho fatto tutto il percorso come di consueto. La cosa che ho notato che quando ho fatto lo switch, che sono cambiato come persona è stato all’ultimo anno di Primavera, quando abbiamo avuto Gattuso i primi 3-4 mesi. Mi ricordo che lui è stato uno switch per la prima volta siamo stati trattati da uomini e da giocatori, con anche la responsabilità che questo comporta. Ci concedeva più libertà però poi le richieste erano più alte e questo ci ha responsabilizzato, ci ha fatto crescere molto. È stato propedeutico a quello che sono andato a fare gli anni dopo, a rapportami con un mondo di adulti, con compagni di squadra che avevano già anni di carriera”.

Mamma Elena racconta i primi anni da calciatore di Pobega e la scelta di andare in convitto: “Ai figli bisogna lasciargli fare le cose. Non è stato facile perché l’anno prima lo portavo dappertutto, tra allenamenti e scuola. Poi l’anno dopo Sebastiano era diventato indipendente, mi sono trovato anche senza Tommaso. Mi è mancato tantissimo in casa”.

Il papà: “Il primo anno poi lui ha giocato pochissimo… Noi però andavamo sempre la domenica, anche se eravamo molto distanti e si giocava alle 11 di mattina. Si partiva alle 6 per essere lì alle 10. Era lui triste e dispiaciuto perché noi andavamo lì e non potevamo vederlo giocare. Quello che mi ha sempre colpito robe del genere “L’allenatore sbaglia perché non mi mette in campo”. Una volta mi ha colpito che mi ha detto: “Papà noi facciamo le partite al giovedì, in cui c’è la squadra che gioca la domenica e le riserve, e perdiamo sempre. È giusto quindi che non giochiamo la domenica. Dobbiamo essere più bravi e migliorare”. Quando andavamo via da Milano la sera lui tornava dai suoi amici e si vedeva che era sereno, stava bene lì anche grazie a tutto il gruppo di tutor. Si andava via da Milano e lo si vedeva tranquillo perché tornava nella sua realtà. Non ho mai avuto la sensazione, anche se non giocava, che il Milan lo facesse tornare indietro. Sentivo che lo stavano aspettando, che c’era un progetto a lungo termine. Non un progetto legato alla vittoria del campionato dei Giovanissimi Nazionali di quel periodo, era un discorso alla lunga, che poteva portarlo agli Allievi, alla Primavera e magari alla Prima Squadra”.

Parola di nuovo a Pobega:

Quanto è stato importante questo passaggio dal punto di vista umano? “Ripensandoci dico sempre che per me è stata un’enorme fortuna che mi ha fatto maturare tantissimo. Io sono venuto qua a Milano che ero ancora più bambino che ragazzo. Avevo 14 anni e non ero ancora sviluppato, ero molto piccolo, ero un bambino molto loquace ma anche un po’ spaventato da alcune cose. Mi ha fatto crescere moltissimo perché arrivi in una città nuova e grande, in cui devi rapportarti con 40-45 ragazzi in convitto, che arrivano da paesi diversi d’Italia o addirittura da nazioni diverse. Ho avuto la fortuna che qui c’è un bellissimo staff, a livello di tutor e di aiuti che ci sono al di fuori del campo che mi sono serviti veramente tanto. Ti fanno vivere un mondo anche diverso dal calcio, per non essere immerso solo in questo mondo ma anche per staccare un po’. Al primo anno non giocavo mai, ero un po’ indietro fisicamente, e non è facile. Sono stato bravo e fortunato, mi è stata data molta fiducia. Anche al di fuori avere un supporto che ti facesse vivere altri ambienti”.

Che rapporto hai con la tua famiglia? Come ti ha seguito in questi anni? “Penso di avere un bellissimo rapporto. Magari non comunichiamo tanto ma siamo molto legati, quando c’è la necessità ci siamo sempre. All’inizio è stato un po’ un trauma, soprattutto per mia mamma. Vedere il figlio di 14 anni che va a Milano è stata dura”.

La prima amichevole, contro il Bournemouth nel 2016: “Era il Milan di Montella, era durante una delle soste per la nazionale. Mi ricordo che con diversi ragazzi della Primavera siamo andati come aggregati. C’era quest’amichevole in trasferta e ci ha portato, già lì fare una trasferta con la prima squadra è stata un’emozione… Avere la maglietta, con il nome… Iniziavo il riscaldamento, stadio bellissimo, ero un po’ agitato. MI ha fatto entrare negli ultimi 5 minuti ed è stata una bella emozione. La prima maglietta ufficiale, ce l’ho a casa insieme ad altre”.

In nazionale debutti in Nations League subentrando a Tonali: “Una bella cosa, anche per tutto il movimento e per il Milan in sé. Avere giocatori italiani, giovani, che riescono ad andare in nazionale a giocare è sempre una cosa bella. Con Sandro ho un bel rapporto, si sta bene, c’è anche un’amicizia al di fuori del campo. Fa solo che piacere condividere questi momenti insieme”.

Sull’Italia: “È sempre un discorso un po’ delicato e in questo periodo se ne parla tanto. Secondo me non è che non ci sia talento, non è che non ci siano giocatori, non è che non nascano più è solo questione a volte di saperli aspettare al momento giusto o a capire quali sono le necessità che hanno questi giocatori per valorizzarsi al massimo. Io stesso comunque ho dovuto fare un percorso per crescere sempre di più anno dopo anno. Forse questa è la cosa più importante che sarà da fare con l’Italia”.

La prima esperienza tra i professionisti con la Ternana: “Credo che sia stata tra le prime esperienze in cui le cose non sono andate così tanto bene. A livello di squadra abbiamo avuto diverse difficoltà dovute anche ad un periodo di contestazione da parte dei tifosi. Un impatto a 360 gradi con il calcio da prima squadra: tifosi, critiche… Mi ha fatto maturare di sicuro”.

Poi sei passato al Pordenone: “È stata una bellissima esperienza, nettamente più vicino a casa. Ho trovato un bellissimo gruppo che veniva dalla vittoria della Serie C. Erano un gruppo molto affiatato, quindi il direttore, il mister ed il presidente hanno cercato di non toccare troppo l’asse della squadra. Siamo riusciti a fare un bellissimo campionato che ci ha portato ad essere quarti in classifica e a giocarci i playoff sfiorando la Serie A. Ho trovato un mister come Tesser che mi ha dato grande fiducia e mi ha fatto crescere molto a livello di campo, facendomi prendere molte più responsabilità e rendendomi più cinico nel raggiungere la vittoria. Un anno che mi è rimasto molto”.

A Spezia in Serie A con Vincenzo Italiano: “Ogni allenatore mi ha lasciato qualcosa, ogni anno è stato di crescita non solo di categoria ma tecnico ed umano. È stato il mio primo anno in Serie A, il primo anno in cui affronti davvero il calcio che sogni da bambino, gli avversari che vedevo in televisione. Ho avuto un mister competente come Italiano che ha permesso a me e a tutta la squadra di cercare di togliersi quelle tensioni e quella difficoltà da esordiente e di giocare a viso aperto ogni partita. Era importante dare tutto e dire di essersela giocata, ci ha aiutato nel crescere e siamo riusciti a raggiungere una salvezza che non era per niente scontata. È stato un successo”.

Poi l'ultimo step, con Juric: "Allenatore diverso rispetto a Italiano, ma molto simile come voglia di affermarsi. Sono due allenatori intensi. Italiano mi ha dato qualcosa di più tecnico, Juric di intensità e lavoro. Devi essere pronto mentalmente e fisicamente per giocare uno contro uno. L'ambizione? Quella è sempre stata alta. Me la sono giocata senza paura".

E ora il Milan con Pioli: "L'avevo già conosciuto durante i ritiri. C'è sempre stata una gestione positiva del gruppo, in cui si lavora davvero bene. L'anno scorso mi aveva detto che avevo fatto una buona scelta con il Torino e che avrei trovato un mister che mi avrebbe aiutato a crescere. Con Pioli ho un buonissimo rapporto, mi consiglia dove poter avere un miglioramento che deve essere costante, oltre alla gestione del gruppo che è ottima: capiamo quando andare forte e quando recuperare meglio".

Ora parola al fratello: "Emozione grandissima. Siamo andati a vedere Milan-Dinamo in cui ha segnato il primo gol ed è stata una emozione che non ha eguali. Tutto lo stadio che urla il suo nome: brividi".

Ancora Pobega: "LeBron da quando sono piccolo, da quando ho iniziato a seguirlo, era tra i top. Mi sono perso i primi anni, ma quando posso registro o guardo le partite".

Sull'idolo calcistico: "Non ho mai avuto un idolo come caratteristiche, ma da piccolo avevo questa passione per Schweinsteiger. Quando vedevo le sue partito, mi cadeva l'occhio su di lui. Al Milan mi ha incuriosito Ibra: volevo vedere da vicino i particolari come in palestra, cosa fa per essere così forte e così prestante. All'età che ha non è usuale vedere giocatori così costanti".

Su Maignan: "Mi ha colpito Maignan, non lo conoscevo. Non sono uno che segue i campionati stranieri, quindi, quando è arrivato, non lo conoscevamo così bene; è stata una enorme sorpresa anche a livello umano".

Sul percorso di studi: "Mi sono preso un anno libero, poi ho iniziato la carriera universitaria nella facoltà di economia aziendale. E' sempre incerta la carriere del giocatore, quindi ho detto: "un percorso voglio farla, mal che vada un attestato ce l'ho". Poi se in futuro decidessi di smettere, un piano B ce l'ho".

Che consiglio daresti ai ragazzini che vogliono diventare calciatori? "Una cosa che negli anni ho sempre pensato e quella di non trovare mai alibi. Negli anni troverai sempre il periodo che non giochi, e tu, in prima persona, saprai come stanno andando le cose realmente. Non trovare alibi significa migliorarsi".