Salutiamo un pezzo di storia: arrivederci capitano
Finisce, dopo 18 anni di trionfi insieme, il matrimonio fra Massimo Ambrosini ed il suo Milan, il capitano lascia il suo primo grande amore, saluta i suoi tifosi, orfani dell’ultima guida rossonera.
Un rapporto iniziato nel lontano 1995, arrivato dal Cesena appena 18enne, poche presenze nelle sue prime due stagioni rossonere, solo 18, chiuso da giocatori del calibro di Desailly ed Albertini, in un Milan che lasciava andare un certo Vieira perché poco utilizzato, ma dove conquista il suo primo scudetto targato 1996. Poi il prestito al Vicenza, un anno da protagonista ed il ritorno a casa, alle dipendenze di Alberto Zaccheroni per diventare colonna portante, appena 21enne, di quel Milan che seppe vincere il titolo in rimonta sulla Lazio.
Da lì in poi Massimo Ambrosini, un uomo diviso a metà fra la passione per il calcio e la pallacanestro (come testimonia il numero 23, portato sulle spalle per tutta la carriera in onore al suo idolo Michael Jordan), diventerà una certezza irrinunciabile per il diavolo. Il palmares parla di 4 campionati, due Champions League, 1 Coppa Italia, 2 Supercoppa italiana, 2 Supercoppa europea ed 1 mondiale per club, un vincente nato Arsenio Lupin, così ribattezzato per la sua capacità di sradicare palloni dalle gambe degli avversari.
Diciotto anni passati a lottare in mezzo al campo, a svettare di testa, a lanciarsi nel suo inconfondibile intervento in scivolata, con il vizietto del gol (36 in ben 489 presenze con la maglia del diavolo) memorabile quello alla Samp che spianò la strada verso lo scudetto del '99 ed un orgoglio smisurato.
Dalla stagione 2009 ha indossato con onore la fascia di capitano ereditata da Paolo Maldini, lui che è sempre stato anima del diavolo, leader naturale di uno spogliatoio che in lui ha trovato una guida naturale. Ha lottato come un leone per tutta la sua carriera, tanto nel campo quanto fuori, contro avversari ed infortuni che troppo spesso ne hanno limitato la crescita. Si è sempre rialzato il capitano, con il fare certo di chi è un campione a 360°, non si è lasciato abbattere, neanche quando gli spazi per lui sembravano essersi ridotti, come in quel fantastico 2007, l’anno in cui ha convinto Carlo Ancelotti a cambiare modulo, passare al famoso albero di Natale, per affidarsi alla sua grinta, unita a quella di Gattuso, nella rincorsa alla Champions League della rivincita.
Massimo Ambrosini lascia il Milan quasi in sordina, senza un saluto caloroso del suo stadio, senza proclami, chiude la porta così come l’aveva aperta, in punta di piedi, lasciando che a parlare per lui sia sempre e comunque il campo. Ha ancora voglia di essere protagonista nel rettangolo verde il capitano, non si sente un giocatore finito e cerca nuovi stimoli ed un ruolo di primo piano, lascia a malincuore la sua squadra, quella che ha sempre difeso a spada tratta lungo una carriera costellata di soddisfazioni, lui che non ha mai avuto un rapporto idilliaco con quella azzurra e che ha fatto del Milan la sua nazionale.
Salutiamo commossi uno dei più grandi centrocampisti che abbiano calcato il prato di San Siro, un uomo unico, un campione vero, un giocatore capace di vincere tutto e non saziarsi mai, un vero gladiatore, un capitano fiero e leale, duro, ma mai scorretto. Convinti che si tratti solo di un arrivederci con un elemento imprescindibile anche per il Milan del futuro, certo che sarà ancora tinto di rossonero, seppur con un ruolo diverso, lascia uno dei grandi capitani rossoneri, un pezzo di storia del Milan, lui che ha dato seguito alla stirpe dei Rivera, dei Baresi e dei Maldini, un milanista vero, un giocatore unico: arrivederci Ambro.
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