Tomori a GQ: "E' stato Maldini a volermi al Milan. Scudetto meritato, sapevamo di essere forti"

02.09.2022 13:00 di Enrico Ferrazzi Twitter:    vedi letture
Tomori a GQ: "E' stato Maldini a volermi al Milan. Scudetto meritato, sapevamo di essere forti"
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Fikayo Tomori ha rilasciato una lunga intervista a GQ nella quale ha parlato di diversi temi. Ecco le sue dichiarazioni:

Sullo scudetto: "All’inizio della scorsa stagione non molte persone pensavano fossimo in grado di vincere. Ma fin da quando sono arrivato (gennaio 2021, ndr), ci rendevamo conto di avere un’ottima squadra. Di essere forti. Lo sapevamo e su questo siamo riusciti a costruire qualcosa di importante, siamo migliorati nel corso della stagione e un anno in più di esperienza ci è stato molto di aiuto. Alla fine abbiamo avuto l’opportunità e l’abbiamo colta, vincendo le ultime sei partite: penso che ce lo siamo meritato, non è mai facile vincere un campionato". 

Sui festeggiamenti per lo scudetto: "Il tour sul bus per le vie della città è stato incredibile, ovunque andavamo c’erano i nostri tifosi, è stato pazzesco. Sicuramente è stato il più bel momento della mia carriera. È bello guardare indietro, abbiamo assaggiato cosa vuol dire vincere, ma adesso vogliamo provare a ripeterci. Riuscirci una volta è straordinario, ma una seconda…".

Sul Milan: "Chiunque segua il calcio sa cos’è il Milan, è una squadra con una storia importante, un grande club conosciuto in tutto il mondo. E poi è stato Maldini a volermi, da difensore è stato un aspetto che mi ha reso molto felice".

Sulla sua crescita: "Con l’infortunio di Simon, ho capito che era arrivato il momento di elevare il livello del mio gioco, di raggiungere quella continuità che potesse fare di me un leader. Mi è venuto tutto abbastanza naturale". 

Sui pochi gol subiti: "Sono sempre felice quando non subiamo reti, anche perché sappiamo che le nostre possibilità di vincere aumentano: con grandi attaccanti come Leao e Giroud lì davanti, il gol prima o poi riusciamo a farlo". 

Sul razzismo: "È un problema di educazione, a volte le persone che dicono cose stupide vanno ignorate, ma arriva sempre il momento in cui devi batterti per la nostra gente. So di avere una responsabilità, so di poter essere un esempio e di ispirare ragazzi e ragazze. È difficile dire cosa può fare il calcio per combattere il razzismo, perché è qualcosa che va oltre lo sport, tocca al governo, a chi fa le regole. Ma il calcio resta un grande business e gode di una platea importante a cui mandare dei messaggi: campagne come Keep Racism Out (promossa dalla Lega Serie A, ndr) sono iniziative giuste, è una strada che bisogna continuare a percorrere". 

Su San Siro: "Quando sono arrivato in Italia, gli stadi erano vuoti per colpa della pandemia. Non ero mai stato a San Siro prima, perciò quando l’ho visto pieno per la prima volta è stato fantastico. Mi sono subito sentito a mio agio. Ricordo la prima partita di Champions in casa, contro l’Atlético: anche se non abbiamo vinto, l’atmosfera era incredibile. Qui, rispetto all’Inghilterra dove la gente arriva all’ultimo minuto, vedi lo stadio pieno già quando entri in campo per il riscaldamento. E poi, l’ultima gara di campionato contro l’Atalanta: i miei amici erano sugli spalti, e ogni volta che mi fanno vedere le foto di quel giorno…".