Nunziata: "Il settore giovanile del Milan è una splendida realtà"
Un curriculum di tutto rispetto da calciatore quello di Nunziata, cominciato nelle fila del vivaio dell’Inter, dove debutta anche in prima squadra nella Coppa Italia 1985-1986. “Nei primi anni ho girato per la Lombardia tra Virescit e Pavia in Serie C, prima di trasferirmi al Foggia in Serie B e poi al Padova”. Sarà una grande avventura quella trascorsa nella formazione veneta, alla cui promozione in Serie A nella stagione 1993-94 il giovane centrocampista contribuirà in maniera determinante. “Dopo Padova, sono seguite altre importanti esperienze al Torino ed al Brescia prima di finire la carriera al Seregno nella stagione 2001-02”.
Primo anno da allenatore della Berretti rossonera, ci può fare un primo bilancio di questi mesi?
Direi molto positivo. E’ per me un’esperienza molto stimolante, che ho accolto con grande entusiasmo non solo perché mi trovo in un club importante come il Milan ma anche perché è il primo anno che alleno una formazione giovanile.
Che settore giovanile ha trovato al Milan?
Ho trovato una splendida realtà, ricca di persone preparate e di giovani molto promettenti. A questo si aggiunge un’ottima organizzazione e una grande cura dei dettagli anche dal punto di vista delle strutture e dei servizi che la società mette a disposizione.
Invece, cosa ci può dire della squadra che alleni, la Berretti, formazione che lo scorso anno ha raggiunto la finale del campionato?
E’ una buona squadra, un gruppo molto affiatato con ragazzi dotati tecnicamente che si stanno applicando con dedizione e grande disponibilità. Devono ancora crescere sotto il profilo della maturità mentale, in questo senso, posso dire che il campionato che stanno disputando è una buona palestra in quanto affrontiamo formazioni più smaliziate e fisiche visto che tanti altri club schierano in questa categoria dei ’91-’92 e diversi “fuoriquota”. Noi che scendiamo in campo con i ’93 dobbiamo cercare di sopperire a questa differenza con le nostre qualità tecniche, la grinta e l’organizzazione.
Che idea ti sei fatto del campionato Berretti?
Il livello tecnico generale non è elevatissimo ma si pratica un tipo di gioco molto più vicino alla realtà dei campionati in cui successivamente approda la maggior parte dei ragazzi. In quel contesto infatti imperano agonismo, tatticismo, forza fisica e doti atletiche.
Può già individuare elementi di spicco per ogni reparto?
Il gruppo è decisamente omogeneo ma ci sono delle individualità molto interessanti in cui si può intravedere un futuro promettente. Mi piace però sottolineare il carattere dell’intera squadra, qualità che in questo avvio di stagione ci ha permesso di vincere nel finale diverse partite.
Vieni da esperienze in club in club professionistici, che differenze hai riscontrato nell’allenare i giovani rispetto ai professionisti?
La differenza più sostanziale è che quest’ultimi hanno già fatto un loro percorso e hanno un loro modo di giocare. Cambia quindi il modo di porsi nei confronti dei giocatori, il rapporto che instauri con loro: con i ragazzi è più facile, perché sono ancora “acerbi” e di conseguenza assimilano di più e più in fretta le indicazioni e i consigli che l’allenatore impartisce. La difficoltà e la responsabilità nell’allenare i giovani sta quindi nel capire le loro esigenze, comprendere le diverse situazioni e riuscire a dare sempre il consiglio migliore per la loro crescita.
Cosa chiede più spesso ai suoi ragazzi?
I ragazzi sanno che io da loro mi aspetto sempre il massimo, anche perché è così che si cresce, non solo come calciatori. In particolare chiedo impegno, dedizione, determinazione e spirito di sacrificio in tutto ciò che fanno.
Che cosa invece cerchi di trasmettere ai tuoi ragazzi?
La mia passione per il calcio, il mio entusiasmo. Il calcio deve essere soprattutto divertimento. Non mi stancherò mai di ripetere ai ragazzi che con le qualità tecniche, pur ovviamente indispensabili, non si va da nessuna parte se uno non ha la testa e l’entusiasmo. E’ proprio questo il segreto, non sentirsi mai arrivati e prendere ogni traguardo come un punto di partenza, insomma: mai accontentarsi.
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