CIAO CARLETTO
L'avventura di Carlo Ancelotti sulla panchina del Milan è ufficialmente terminata; è stato lo stesso allenatore a comunicarlo a tutti subito dopo la vittoria di Firenze, come se il peso di quella decisione fosse insopportabile per tenerla ancora nascosta per qualche ora; si era parlato di un incontro con i dirigenti per risolvere la questione "a bocce ferme", cioè a qualificazione ai gironi di Champions conquistata, invece tutto era già deciso, forse da molto tempo e quella piccola bugia è servita a mantenere tranquillo e compatto l'ambiente e la squadra, nonostante si trattasse ormai di un "segreto di Pulcinella". Dopo otto stagioni (la prima delle quali incompleta) e dopo tanti trofei (otto), Ancelotti lascia ad altri (Leonardo) l'onore e l'onere di guidare dalla panchina la squadra più titolata del mondo. Riassumere in un solo articolo otto anni di emozioni, di gioie, di trionfi e, perchè no, anche di delusioni e di sconfitte è impossibile ed eviterò di farlo; ad ogni tifoso rossonero basta chiudere gli occhi per rivivere tutte le splendide sensazioni che la truppa ancelottiana ci ha regalato: la notte di Manchester 2003, preceduta dal doppio derby in semifinale; lo scudetto del 2004, con Ancelotti issato in trionfo sotto il diluvio scatenatosi su San Siro e che ha nascosto le lacrime di commozione; poi la fantastica tripletta del 2007, anno post-Calciopoli che doveva essere triste e deludente e, invece, è diventato straordinario e indimenticabile, visto che il Milan è salito sul tetto del Mondo dopo aver vinto Champions League e Supercoppa europea ed è diventato il team più titolato del pianeta (e scusate se nell'elenco dei ricordi ho saltato un'altra Supercoppa europea una Coppa Italia e una Supercoppa italiana). Proprio la gestione del gruppo in quella difficile stagione iniziata con le sentenze di Calciopoli è stata, a mio parere, il miracolo più bello e importante di Ancelotti, che ha saputo compattare l'ambiente, motivare il gruppo e ottenere dai giocatori più di quello che potevano dare, viste le difficoltà soprattutto fisiche incontrate in una stagione iniziata male, con una preparazione affrettata che avrebbe potuto rovinare completamente l'annata. Ma il pacioso Carletto ha anche tanti altri meriti: ha costruito una squadra, un gruppo vincente in pochi mesi e ha saputo mantenerlo sostanzialmente immutato e unito per otto stagioni, con alcune partenze e altrettanti innesti, ma senza mai rivoluzioni; tutto questo negli ultimi tempi era diventata una colpa agli occhi dell'opinione pubblica e dei tifosi e, forse, anche questo ha contribuito alla decisione che è stata presa, ma l'allenatore sapeva di avere dalla sua parte la squadra, che nei momenti decisivi non l'ha mai tradito (anche nell’ultima occasione a Firenze), era conscio del fatto che ad alcuni giocatori poteva chiedere qualunque sacrificio sicuro di essere ripagato e proprio questa straordinaria unione d'intenti ha consentito miracoli come quello della Champions del 2007. Certo, il mister ha fatto anche tanti errori, magari proprio per eccessiva riconoscenza verso certi giocatori, come quell'intestardirsi su Seedorf negli ultimi tempi, soprattutto considerato che non era più molto ben visto da parte dei tifosi, ma gli errori per troppa riconoscenza sono sempre quelli più scusabili e, in fondo, sono tipici dell'ambiente rossonero, che vuole essere una grande famiglia nel bene e nel male. Le strade di Ancelotti e del Milan avrebbero potuto rimanere unite come da contratto, che scadeva nel 2010, ma forse è meglio così, perchè ultimamente qualcosa si era rotto e non sarebbe stato giusto allargare ulteriormente lo strappo con un altro anno di convivenza forzata. Al Milan serve una svolta, una scossa come quella che ci fu ai tempi del cambio Sacchi-Capello, quando un gruppo considerato finito tornò a vincere tutto; ad Ancelotti serve cambiare ambiente per ritrovare serenità, quella serenità che negli ultimi tempi non c'era più e che quel sopracciglio eternamente alzato dimostrava più di qualsiasi parola, perché l’allenatore aziendalista che aveva sempre difeso e protetto la società anche in occasione di scelte che non condivideva (Ronaldinho e Shevchenko, tanto per fare qualche nome…) si era sentito scaricato da una dirigenza che gli chiedeva almeno il terzo posto per confermarlo, quasi fosse un allenatore qualsiasi e da un presidente che davanti ai tifosi gli rimproverava la mancata conquista dello scudetto, perché con la rosa che aveva il Milan doveva lottare fino in fondo con l’Inter e se non l’ha fatto è colpa di Ancelotti.
Giusto salutarsi ora, quindi, ma non per questo chi ha il Milan nel cuore adesso è meno triste e commosso per un addio che mette tanta nostalgia, dopo mille avventure vissute insieme. Ancelotti è stato gran signore e aziendalista fino alla fine, ringraziando tutti per questi otto anni splendidi, ma in fondo siamo noi che dobbiamo ringraziare lui e, soprattutto, lo deve fare quella società che ha ottenuto grandi risultati nonostante campagne acquisti sempre più al ribasso, proprio grazie alla saggezza e alle capacità di un allenatore che ha saputo trovare un posto a tutti i grandi talenti (inventandosi, ad esempio, Pirlo regista arretrato) e costruire una squadra che ha vinto tutto ciò che un club può vincere.
Non nego che vedere Ancelotti mostrare la maglia del Chelsea e sentirlo parlare in inglese poche ore dopo aver lasciato il Milan abbia aumentato quel magone che ho dalla fine della partita di Firenze; in cuor mio pensavo, credevo e speravo che Carletto potesse diventare il Ferguson rossonero, ma evidentemente in Italia non siamo ancora pronti per una situazione del genere, con un allenatore-manager che rimane al suo posto per più di vent’anni. Allora per allontanare la nostalgia e la malinconia chiudo gli occhi e rivedo (e risento) Ancelotti, visibilmente emozionato, al centro del campo di San Siro con il microfono in mano, il 25 maggio 2007, lanciare quel coro che tante volte abbiamo cantato in Curva Sud: “ALE’ ALE’, ALE’ MILAN ALE’, FORZA LOTTA VINCERAI NON TI LASCEREMO MAI!”; è questo il ricordo più bello e lo porterò per sempre nel mio cuore, sicuro che lo farà anche Carletto. Non mi sento di dire addio ad Ancelotti, perché la sensazione è che si tratti solo di un arrivederci e che un giorno i destini di Carlo e del Milan torneranno a coincidere; il Milan è una grande famiglia e i “bis” sono stati tanti in questi anni, sia a livello di allenatori che di giocatori, quindi immagino che un legame forte come quello tra la società rossonera e Ancelotti non si sia definitivamente sciolto, ma solo temporaneamente allentato, come accade spesso non solo nel mondo dello sport, ma anche nella vita di tutti i giorni. E allora vorrei chiudere con le parole di una canzone di Antonello Venditti, cantante-tifoso della squadra che è il secondo amore calcistico di Ancelotti (la Roma): “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”; l’amore fra Ancelotti e il Milan non può finire da un giorno all’altro e, statene certi, verrà il giorno in cui dopo un giro immenso che ora l’ha portato a Londra e poi chissà dove, Carletto “tornerà a casa”, riabbraccerà i vecchi amici che ora magari non gli sembrano più tali e riprenderà il discorso da dove l’ha interrotto il 31 maggio 2009, salutando e ringraziando tutti visibilmente emozionato. Nel frattempo, grazie di tutto Carletto, in bocca al lupo per il tuo futuro e…arrivederci a presto da quei tifosi che fino all’ultimo giorno non hanno mai smesso di acclamarti, perché tu eri e rimani uno di noi, uno che ha il Milan nel cuore!
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