Capello affianca Inzaghi, una tentazione pericolosa
Lunedì 12 gennaio alle 18.23 il sito ufficiale del Milan pubblicava, nella sezione “breaking news”, un comunicato ottimista e rinfrancante: “Data Sport ci ricorda che i punti di distacco dalla terza in classifica l’anno scorso erano 17 e 2 anni fa erano 9”, aggiungendo che “oggi sono 5”. Girate in un certo modo, le statistiche hanno la facoltà di rallegrare anche i disperati: se io ho 10 polli e tu nessuno, la statistica dice che abbiamo 5 polli a testa. Se io me li mangio tutti, sono ciccione e peso 100 chili e tu digiuno ne pesi 40, la statistica dice che siamo entrambi in perfetta forma e pesiamo 70 chili ciascuno. Girate in un certo modo, le statistiche peraltro acquisiscono la proprietà di rivoltarsi contro il bersaglio di turno: i punti dopo 18 giornate di Allegri (22), Seedorf (35), Inzaghi (26) nelle ultime 2 stagioni sono un altro esempio di manipolazione. I numeri non mentono, questo è certo. Ma si possono usare. A seconda. I punti del Milan nelle ultime 11 giornate sono 12 su 30, le vittorie 2 in 3 mesi, ma l’Inter è a -1, con Giussy Farina presidente le cose andavano anche peggio, il club resta il più titolato al mondo sia pure ex-aequo. Per narcotizzare l’opinione pubblica si può ricorrere a molti mezzi, a cominciare dai proclami, continuando attraverso le promesse di mercato, finendo con le statistiche e finali gioiosi “hip hip hurrà”.
L’ultima trovata è il coniglio dal cilindro: Fabio Capello. Voce incontrollata e non smentita che va nella prevedibilissima direzione anticipata la scorsa estate, cioè se le cose andranno bene sarà merito di Berlusconi e un pochino di riflesso anche di Galliani, altrimenti sarà colpa di Inzaghi. Tutta colpa di Inzaghi. Semplice. Era già colpa di Sacchi e Ancelotti se il Milan invece di stravincere si limitava a vincere, figurarsi oggi. Il capitolo Pippo sarebbe lungo e articolato, quindi la società sta già pensando di accorciarlo con una scelta drastica: non l’esonero, ma l’affiancamento. Come avvenne per Nils Liedholm 30 anni fa. Uno a inizio carriera, l’altro alla fine. Secondo il club, entrambi in confusione. La partita di Torino è indifendibile nelle scelte, nell’impostazione e nella lettura, ma non si può scaricare Inzaghi partecipando al linciaggio di questi giorni. Si sapeva perfettamente che avrebbe pagato dazi pesanti come l’inesperienza, l’inadeguatezza della squadra, la mancanza di una società forte alle spalle. Che nella filosofia miope di questi tempi fosse molto chiaro come la cosa essenziale riguardasse in primis la trombatura di Seedorf, è fatto arcinoto. Troppo scomodo, troppo diretto, troppo tranciante nei giudizi. Che non ci fosse nessuna voglia, pagate le liquidazioni di Allegri e dell’olandese, di un altro ingaggio pesante per la panchina, era altrettanto scontato. Che la soluzione comoda, facile, furba, strumentale fosse in casa è stato il risultato naturale. Pippo Inzaghi non è stato scelto per la sua passione, per il suo entusiasmo, per il suo legame con questi colori che costituiscono il suo intoccabile patrimonio. Lo hanno messo lì e basta. L’accordo con Antonio Conte infatti era confezionato, almeno sulla parola. Casomai Pippo è stato bravo a insistere cocciutamente perché arrivassero esterni, come Bonaventura e Cerci, salvo poi preferirgli Niang a Torino. Ora però, con la pochezza della squadra e l’euforia inossidabile, surreale, di una dirigenza in disarmo, Inzaghi pare già solo con i suoi errori. E senza alternative.
Quel patetico comunicato di lunedì grida forte e chiaro che il problema più grande del Milan non è una nuova proprietà, non è il piazzamento finale in questa stagione, non è il mercato, non è la Coppa Italia, ma è la necessità assoluta, impellente, vitale di volti nuovi al comando. E’ fondamentale rompere i cordoni ombelicali anche se stritolati da liquidazioni faraoniche, è necessario consegnare le scrivanie a un management affezionato e credibile (Albertini, Maldini, Sogliano), è necessario fare spazio e dare parola a chi come Barbara parli di sponsor, nuove forme di finanziamenti e stadio nuovo, non di zuppe statistiche bollite e indigeste. Quello che manca al Milan dopo gli “hip hip hurrà” e i comunicati di Data Sport non sono solo un allenatore, un difensore, un centrocampista, un attaccante. Quello che manca al Milan è soprattutto il futuro.
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