E’ (anche) una questione di palle

E’ (anche) una questione di palleMilanNews.it
© foto di Pietro Mazzara
venerdì 1 novembre 2013, 00:00Editoriale
di Luca Serafini

Continuando a ragionare sulle poche qualità di molti singoli e in generale della squadra, non si esce dalla spirale e non si hanno speranze di risolvere o almeno migliorare la situazione nemmeno a lunga distanza. Allora su cosa dovrebbe puntare il Milan da qui a fine stagione, a parte gli innesti di gennaio, per risollevare la testa? Per riavvicinare un po’ le migliaia di disertori di San Siro e le centinaia di migliaia di tifosi con il latte alle ginocchia?

La citazione un po’ pretenziosa, un po’ pericolosa vista l’immediata associazione di idee in tempi di discriminazione etnica indiscriminata, sarebbe la rabbia e l’orgoglio. Eppure è bastato vederne una manciata contro la Lazio per accorgersi che un filo la musica sembrasse cambiata: pressing alto, raddoppi di marcatura, qualcuno che inseguiva l’avversario… Risultato: almeno 3 palle gol nitide (2 Kakà, una Muntari), biancocelesti schiacciati per un’ora nella propria metacampo e Gabriel spettatore non pagante, Zaccardo attentissimo su Klose e Perea lasciato libero di pascolare lontano dall’area di rigore, il meritatissimo (splendido) gol del vantaggio di Kakà, con Shevchenko in tribuna e i cori per lui dalla Curva, un po’ di ossigeno con un sano tuffo nel passato trasformato in suggestivo presente. Eppure l’allenatore è lo stesso, la squadra la stessa, gli interpreti più o meno quelli sono. E allora? Basta tirar fuori un po’ di palle, non quelle spedite in cielo da Robinho ma le più nascoste sotto alle conchiglie dei calzoncini, almeno qualcosa si percepisce, si vede, si tocca con mano. Vuoi che un po’ di palle contro Verona, Torino, Bologna, Parma non ti avrebbero aiutato a fare figure migliori, nonostante la mediocrità oggettiva?   

Poi naturalmente si torna a parlare di qualità o appunto di mediocrità e vengono fuori le magagne: basta poco più di un quarto d’ora alla squadra di Petkovic per costruire un paio di azioni compresa quella del gol. Montolivo non rincorre l’avversario, De Sciglio gli resta troppo distante, un difensore avversario si incunea indisturbato sorprendendo il presepe e finisce 1-1. Errori singoli che si ripetono partita dopo partita, errori singoli che coinvolgono anche giocatori abitualmente molto attenti e determinati proprio come Montolivo e De Sciglio (dal quale non si potevano pretendere miracoli dopo la lunga assenza). Errori singoli da attribuire alla superficialità in certe situazioni di semplice lettura, su certi palloni di facile gestione, nei frangenti meno insoliti come punizioni e calci d’angolo.

Se basti allenarsi intensamente non sappiamo, è certo però che negli anni abbiamo visto giocatori modesti crescere in maniera esponenziale rispetto alla serietà nel lavoro quotidiano, alla determinazione, alla voglia, all’ambizione, all’orgoglio, alla “fame”. Alle palle, insomma. Al Milan sembra invece che questi attributi vengano spolverati solo nelle partite più importanti in Champions e in quelle di campionato più vicine alla bombola ad ossigeno. Basta invece il petardo di un procuratore smaliziato a far crollare il rendimento di un proprio assistito, ogni riferimento non è per niente casuale.

A molti sportivi Franco Rossi non era simpatico. Non possono suscitare consensi unanimi i provocatori, gli osservatori acuti, i tenori geniali, i forzati del controcorrente. La sua intelligenza e la sua sensibilità ne hanno fatto uno dei colleghi ai quali più abbiamo voluto bene nella nostra carriera, consentendoci di dire oggi che se n’è andato un vulcanico amico, un grande giornalista e soprattutto una gran brava persona. Uno dei quali l’assenza pesa nell’anima e nel cuore e per questo in qualche modo continuano a vivere con noi.