#Savemilanista: perché il tifoso, chi lo salva?

#Savemilanista: perché il tifoso, chi lo salva?MilanNews.it
martedì 24 marzo 2015, 00:00Editoriale
di Andrea Saronni

Il paradosso è che i tre, graditissimi punti planati su San Siro nel sabato notte della pioggia e del vuoto paiono la nota stridente, l'oggetto fuori posto perché risulta l'unico di gusto e in ordine in una casa - con la minuscola - ancora e sempre sottosopra. Il Milan ha vinto, alleluja, ha segnato tre gol, ha il vice-capocannoniere del campionato e ha messo la testa davanti all'Inter nella più grande e triste partita di ciapanò messa in scena dal calcio milanese nel dopoguerra: strana la vita e strano il calcio se tutto questo - avessi detto, ma è roba rara in questo giorni tristi - passa quasi inosservato nell'apparente nulla, dove le cose importanti sembrano completamente cristallizzate e le partite scivolano via quasi per inerzia in una situazione dove ognuno sembra soprattutto impegnato a fare endorsement per se stesso. Altro che #saveacmilan, qui gli attori, nessuno escluso, sono impegnati allo spasimo a salvare se stessi. Le ultime battute che giungono dal palcoscenico Milan compongono un copione di tono autopromozionale: sarà umano, razionale, strategico, va bene: ma messa tutto insieme, è una pièce per certi versi sconfortante.

Adriano Galliani, ancora una volta costretto ad alzare la guardia dalla contestazione, snocciola la litania dei successi e degli enormi e incontestabili meriti della gestione Berlusconi, che giocoforza diventano anche quelli di chi questa gestione ha sostenuto (basta però dire che il Milan aveva i libri in tribunale, eh? Non è proprio così); poi Geremia Menez ne mette altri due e l'ad "sportivo" corre a prendere l'evidenziatore per sottolineare che l'operazione legata al francese, 15 gol e zero euro di cartellino, è farina del suo sacco (c'erano dubbi?): ricordatevi, insomma, che io sono sempre quello che può tirare fuori i conigli dai portafogli vuoti. E poi ecco la nebulosa del futuro, che oggi - ma domani chi lo sa - è quello di un Milan giovane, italiano, concetti belli da sentire, un Milan che ripartirà con Berlusconi e chissà, magari pure con Inzaghi, alla faccia dell'evidente fallimento. Inzaghi che dal canto suo, esattamente come nei bei giorni in cui stava in calzoncino corto, non molla fino al 90' più recupero, continua a diffondere ad libitum la sua voglia, i suoi alibi, i suoi ringraziamenti al presidente, il suo milanismo, la sua candidatura a essere ancora oggetto di investimenti, oggi è andata così ma già domani, già dalla prossima partita sarà diverso, vedrete, e io voglio rimanere a vita. E via con la mètafora evergreen e superabusata delle "dieci finali", la frase che purtroppo per lui e per il Milan denota da sempre e senza possibilità di errore l'acqua giunta alla gola. Spiace che nel tentativo di rimanere a galla la dica lui, il grande Pippo, che sa bene cosa significhi davvero la parola finale. Poi c'è Barbara, o meglio, non c'è, se non a Casa Milan per qualche evento o nella costante evocazione della curva, nelle risoluzioni in cui viene costantemente e sospettosamente raffigurata come l'esempio, l'ancora di salvezza. L'erede tace, ufficialmente: ma non hai bisogno di parlare se la tua battaglia prosegue sottotraccia e hai periodicamente i portavoce che diffondono, tramite un giro di posta nemmeno troppo largo, il tuo messaggio promozionale. E infine c'è lui, il Presidente, colui dal quale tutti si attendono "le" parole: le ha pronunciate, da Cesano Boscone. "Presidente, il Milan?" "Lasciamo perdere, pensiamo alle cose più importanti". Vale a dire, gli anziani di cui si è occupato per sentenza fino a poco tempo fa e che vuole continuare a seguire.

La mazzata finale, teoricamente: ma si presume sia tattica, prudenza, cortina fumogena, il Diavolo è sul banco buono della gioielleria e la sua vendita al nuovo ricco giunto da lontano potrebbe essere questione di mesi, di settimane forse. Resta da capire che nome abbia, questo acquirente, chi sia l'uomo o il gruppo o il chissàcosa chiamato a trasformare il #saveacmilan da un collettore virtuale di rabbie a un'azione vera e propria.

Ma è lecito pensare, che in una maniera o nell'altra, che per amore o per forza, Berlusconi e il signor Bee, o il signor Pink o un signore con un nome meno da cartone animato il Milan lo salveranno, per la semplice ragione che è e resta un business di primissima categoria. Certo, il passaggio di consegne, l'epocale cambio, l'auspicata risalita non sarà nè celere, nè indolore. Nel frattempo, però, il milanista chi lo salva? Chi cerca di assicurare al tifoso un presente e un immediato futuro di transizione tranquilla, dignitosa in campo e fuori, punteggiata ogni tanto da qualche soddisfazione che non sia un sorpassetto a un'Inter contraltare del declino? Chi gli farà tornare la voglia di Milan progressivamente mesmerizzata, chi, come e perché lo riporterà allo stadio, rimettendo al centro del campo il pallone e rimandando in panchina le chiacchiere accompagnate o no da hashtag? Non si sa, non è dato di saperlo, il viaggio a luci spente continua nell'autoreferenzialità dei protagonisti. Solo, allora, cambiamo quell'hashtag lanciato dai curvisti e dai loro non molto misteriosi spin doctors: qui, il vero grido di dolore, è #savemilanista. Il tifoso con la spia della riserva di passione da troppo tempo accesa.