Francesco Sità, allenatore dei talenti, tra un sistema che favorisce la politica e non la competenza e la necessità di un cambiamento per tornare a dire la nostra nel calcio

Francesco Sità, allenatore dei talenti, tra un sistema che favorisce la politica e non la competenza e la necessità di un cambiamento per tornare a dire la nostra nel calcioMilanNews.it
© foto di Balti Touati/PhotoViews
Francesco Sità, allenatore dei talenti ed ex secondo di Giovanni Stroppa, ha rilasciato un pensiero sul calcio in Italia, sul talento e sulla cultura del lavoro.

Francesco Sità, allenatore che oltre ad essere stato il secondo di Giovanni Stroppa tra giovanili e primavera ha anche allenato talenti a livello individuale, ha rilasciato questo pensiero sul calcio in Italia, su un sistema fallace fin dalle categorie dei bambini piccoli e su una cultura del lavoro che manca ma che spera possa tornare presto per coltivare i talenti che sì, sono presenti anche in Italia.

In questo momento, come accade sempre quando la Nazionale riscontra dei problemi, si torna a parlare di tecnica e di quanto sia importante per un giocatore di calcio. Se ne parla per qualche giorno, tutti riscoprono l’importanza della formazione, delle accademie, dei settori giovanili. Poi, però, passata l’emergenza, tutto si riaffievolisce fino a spegnersi. E alla fine non cambia nulla. Il problema è che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere una cosa: oggi siamo stati sorpassati da realtà che, fino a qualche anno fa, nemmeno lontanamente potevano essere paragonate a noi.

Facciamo fatica a qualificarci ai Mondiali e non possiamo continuare a raccontarci che sia soltanto una questione di sfortuna, episodi o generazioni. Il problema è più profondo: abbiamo perso qualità, visione, competenza, passione e, soprattutto, la voglia di investire davvero sui nostri ragazzi e sul nostro territorio. In Italia, invece, mi sembra che ci siamo innamorati di tutto ciò che viene dopo. Tattici, match analyst, mental coach, preparatori, figure specialistiche di ogni tipo. Per carità, sono tutte professionalità che possono essere importanti. Ma devono essere di supporto. Devono completare il lavoro dell’allenatore e dare un valore aggiunto.

Non possono diventare il centro del processo di formazione. Perché le basi sono altre. Il pallone è l’attrezzo del calciatore, come la cazzuola è l’attrezzo del muratore. E se un muratore non sa usare la cazzuola, possiamo mettergli intorno tutti gli specialisti del mondo, ma difficilmente costruirà un buon muro. Il calciatore deve saper dominare il pallone, controllarlo, trattarlo, usarlo in situazioni diverse. Deve acquisire quella padronanza tecnica che gli permette poi di mettere la propria qualità al servizio della squadra. Poi è chiaro che la tecnica senza l’intelligenza e la personalità serve a poco e nulla nel gioco del calcio. Il giocatore vero è quello che vede il gioco in anticipo, che sa scegliere la soluzione migliore in una frazione di secondo.

E allora tornando al discorso puramente tecnico mi faccio una domanda: negli staff delle squadre di Serie A, che oggi sono composti da un numero impressionante di persone, quante sono realmente dedicate allo sviluppo tecnico individuale del giocatore? E nei settori giovanili? Quante persone sono davvero preparate per insegnare la tecnica, correggere un gesto, migliorare un talento? Perché il problema, secondo me, nasce proprio da lì.

Siamo pieni di allenatori che vogliono fare tattica con i bambini. È una cosa che trovo paradossale. E sto parlando anche del calcio professionistico, senza nemmeno entrare nel mondo dei dilettanti. Un bambino deve prima imparare a giocare a calcio. Deve imparare a controllare, trasmettere, condurre, dribblare, calciare. Deve imparare a smarcarsi, a ricevere orientato, a giocare corto e lungo, a leggere la giocata prima ancora di ricevere il pallone. Deve costruire il proprio bagaglio tecnico. La tattica individuale viene insieme a questo percorso. La tattica di reparto e quella di squadra arrivano dopo.

Prima ci vogliono metodologia e competenza. La tecnica non si costruisce in qualche mese. Si costruisce in molti anni e, soprattutto, non si smette mai di migliorarla. Io questo lavoro l’ho fatto per tutta la mia carriera. Sono stato un addestratore tecnico prima nel settore giovanile e poi in prima squadra. Ho avuto tanti ragazzi ai quali mi sono dedicato quotidianamente, cercando di correggerli, migliorarli e, soprattutto, esaltare le loro qualità. Ai più bravi dicevo sempre una cosa: dovete lavorare più degli altri.

Perché il talento, da solo, non basta. Il talento va coltivato. Naturalmente un ragazzo deve essere seguito a 360 gradi e in modo multidisciplinare. Non penso certo che la tecnica sia l’unica componente. Ma il lavoro sul campo rimane fondamentale. Io stesso avevo doti tecniche importanti che mi permettevano di dimostrare il gesto ad alto livello, mi rendeva credibile agli occhi dei giocatori e mi permetteva di essere rispettato. E questo, secondo me, è un altro aspetto che abbiamo perso. Mancano figure che sappiano veramente insegnare il calcio. Mancano gli Italo Galbiati. Persone che hanno fatto della crescita del calciatore il centro del proprio lavoro.

La tecnica serve sempre: da quando si comincia a giocare fino a quando si diventa professionisti affermati. E si può migliorare a qualsiasi età. Io oggi sono fuori dal calcio e, per quanto mi riguarda, sento che il Sistema mi ha lasciato fuori. Ho avuto diversi confronti a tavoli importanti. Ho portato le mie idee, la mia esperienza, il mio modo di lavorare. Ma poi, in più di un'occasione, ho visto prevalere altre logiche: il “genio della tattica” del momento, l’amico del dirigente, il figlio di qualcuno, il cugino del direttore.

E sì, anche questo fa parte del nostro calcio. Lo dico anche per evitare equivoci: di tattica ne capisco anch’io. Ma il punto non è stabilire chi sia più bravo a parlare di tattica. Il punto è capire chi è realmente in grado di migliorare un calciatore. E questa domanda, troppo spesso, non viene fatta. Ci sono persone con contratti importanti delle quali, secondo la mia esperienza, non si vede un reale contributo alla crescita individuale dei giocatori. Si guardano gli allenamenti, spostano cinesini,  passeggiano per il campo… ma quanto lavoro vero viene fatto per migliorare il  calciatore

Fatevi un giro nei ritiri. Guardate cosa succede davvero sul campo. E fatevi questa domanda. Anche il mondo degli agenti dovrebbe riflettere su questo. Un procuratore dovrebbe avere come interesse primario la crescita del proprio assistito. Un giocatore più forte, più completo e più preparato avrà inevitabilmente più possibilità di affermarsi. E allora dovrebbe esserci una ricerca quasi ossessiva delle persone migliori per farlo crescere, non soltanto delle opportunità di mercato.

Il nostro calcio, secondo me, è malato. Manca cultura. Manca una parte di quella passione che c’era una volta. E la cosa più grave è che le persone capaci esistono. Ci sono. Sono tante. Ma spesso sono fuori. Aspettano una chiamata che non arriva, perché bisogna essere sui carri giusti. E perché in Italia esiste anche un altro problema: a volte, se sei bravo, dai fastidio. Perché se lavori bene rischi di mettere in evidenza chi, invece, non è in grado di fare altrettanto. La cura, però, esiste.

Il problema è che bisogna volerla applicare. Bisogna avere il coraggio di cambiare metodo, mentalità e, soprattutto, persone. E questo significa mettere in discussione interessi, equilibri e posizioni consolidate. Ci sono troppe poltrone da difendere, troppe dinamiche che fanno comodo a qualcuno, troppe situazioni che nessuno ha interesse a cambiare. Chi oggi ha la responsabilità della Nazionale dovrebbe avere il coraggio di rompere questo meccanismo.

Non servono soltanto nuovi nomi. Serve una nuova mentalità. Bisogna ricostruire dalle fondamenta. Bisogna rivedere il metodo di formazione, riportare la tecnica al centro, scegliere persone realmente competenti e coinvolgere uomini del fare, non soltanto incantatori di platee. Bisogna tornare a puntare sui nostri ragazzi. Bisogna crederci davvero. Perché il talento in Italia non è mai mancato. Quello che forse è mancato, negli ultimi anni, è il modo di coltivarlo. Siamo italiani. Abbiamo una storia, una cultura calcistica e una capacità straordinaria di insegnare questo gioco.

Potremmo tornare a essere un punto di riferimento. Ma dobbiamo volerlo davvero. E soprattutto dobbiamo avere il coraggio di trasformare i progetti in fatti, senza limitarci ai soliti annunci, ai soliti rimpasti e alle solite persone. La domanda, alla fine, è tutta qui: abbiamo davvero il coraggio di cambiare? Io spero di sì.