Taveggia racconta l’omaggio di Baresi all’Heysel: "Un ricordo che non svanisce"
Si scrive Franco Baresi ma si potrebbe leggere con la U di uomo maiuscola. Un esempio di valore, sensibilità e di rispetto mostrato da Franco è sicuramente riconducibile sull'accaduto all’Heysel, lo stadio dell’orrore. Esattamente, i quarti di finale di Champions League, 7 marzo 1990. Cinque anni prima l’Heysel fu teatro della morte, 39 tifosi juventini persero la vita schiacciati dalla calca generata dalle cariche degli hooligans inglesi nella Curva Z. Lo stadio riaprì a una squadra italiana per ospitare il Milan di Baresi. E del direttore organizzativo Paolo Taveggia, il vero ideatore del gesto poi compiuto dal capitano. In esclusiva alla Gazzetta dello Sport, Taveggia racconta così Baresi e l'aneddoto dell'episodio delle rose sotto il settore.
“Nasce quando il Mechelen chiede di poter giocare la gara contro di noi in uno stadio più grande del suo: la federazione belga assegna l’Heysel, l’Uefa dà il suo accordo. Scelta che ci lascia momentaneamente perplessi, ma senza alcuna intenzione di opporci. Semmai ci guardiamo intorno per capire cosa poter fare, il nostro ad di allora, Adriano Galliani, per primo. Eravamo i primi italiani a tornare lì, non potevano essere una partita e uno stadio qualsiasi: si portavano dietro una storia tragica per i tifosi italiani, al di là che fossero juventini o milanisti, morti per seguire la loro squadra. Ci interrogammo, tenevo i rapporti con l’Uefa: chiedemmo di poter commemorare la storia in qualche modo ma niente, nessuno, dal governo alla polizia locale, voleva far niente. Era una tragedia non chiusa, di cui nessuno voleva parlare. Non solo: ci dissero che ci avrebbero controllati. Galliani volle comunque organizzare una messa privata la mattina della partita.
“Tra i tanti tifosi presenti nel nostro hotel al seguito della squadra c’erano un mio caro amico di scuola, Gianni De Georgio, a cui chiesi la cortesia di trovare un fiorista e di farsi preparare le 39 rose che poi mi avrebbe dato alla salita sul pullman, come fosse un gesto benaugurante per la squadra, così nessuno avrebbe avuto da ridire. Arrivo nello spogliatoio e dovevo decidere cosa fare: ne parlai con Franco, nessuno meglio di lui: decidiamo di andare a portarle sotto la Curva Z. Uscimmo dagli spogliatoi, io tenevo le rose, a quel punto nessuno poteva fermarci. Tutto in mezzo ai fischi belgi, mentre allo stadio alzavano il volume musica. Arrivammo con le rose depositate sotto i gradoni, una breve preghiera per poi tornare indietro in silenzio”.

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