Ibrahimovic a Sky: "A Milanello mi sento a casa. In estate ho pensato di smettere"

04.12.2020 23:30 di Manuel Del Vecchio Twitter:    vedi letture
Ibrahimovic a Sky: "A Milanello mi sento a casa. In estate ho pensato di smettere"
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Zlatan Ibrahimovic è stato intervistato da Massimo Ambrosini per Sky Sport. Lo svedese si è lasciato andare ad una lunga e interessante chiacchierata con l’ex compagno di squadra. Di seguito tutte le sue dichiarazioni:

Zlatan incontra Ambrosini: “Sei invecchiato (ride, ndr)”.

Che camera hai? “Ho la camera del boss, quella grande (ride, ndr)”.

Che effetto ti fa Milanello? “Mi sento a casa. Quando sono qua faccio tutto quello che bisogna fare, non ho fretta di tornare a casa perché sono già a casa. Ero già qua 10 anni fa con voi grandi calciatori. Non mi ricordo del mio primo giorno… Ah sì, i test di forza, ho fatto i record (ride, ndr). Senza riscaldamento. La settimana prima avevamo giocato Barcellona-Milan e poi la settimana dopo ero con voi, nel tunnel tutti mi dicevano di tornare con voi a Milano. C’era Galliani, era venuto a casa mia a Barcellona. Mi disse “non mi muovo da qui finché non vieni con me”. Mia moglie mi chiese chi fosse, i le dissi “Una persona importante”. A Barcellona la situazione non era chiara, non ho ancora le risposte su cosa fosse il vero problema. Ancora oggi non capisco quali erano i problemi. Sono stato io uomo e ho detto che me ne sarei andato. C’era il Milan e altre squadre, ma mi sono detto che conosco Milano. Un grande club come il Milan, se ti chiama ti stimola e significa qualcosa. Con i calciatori che c’erano qua avevo tanti stimoli. Speravo, anzi sapevo che avremmo vinto qualcosa. Mi piacciono queste sfide, quando la gente parla contro mi carica, mi dà adrenalina per dimostrare che non è come dicono”.

Com’è che dicono? “Sempre il contrario. Si lavora in silenzio e si dimostra in campo. Adesso era un’altra situazione, 10 anni fa era un’altra sfida. Tutti dicevano che sarebbe stato impossibile, queste cose mi caricano. Se riesco a fare una cosa del genere è più grande di andare a giocare in una grande squadra già al top. Qua devi essere tu a riportare la squadra al top, devi far capire agli altri cosa significa essere al top”.

Avevi paura quando hai firmato? “Non avevo paura. Era la stessa situazione di quando ho firmato allo United, tutti dicevano che i ritmi della Premier erano troppo faticosi. Io faccio il contrario di quello che tutti dicono”.

Ti senti diverso? “Molto diverso. Dieci anni fa ero un altro giocatore, dieci anni fa tornavo indietro per andare a prendere il pallone. Oggi non lo faccio, penso che se torno indietro spreco energie e non sono utile in attacco. Dieci anni fa se la palla non mi arrivava perfetta con quei giocatori… Ora giochiamo in un altro modo. Non eri molto positivo per quest’anno, ma ti ho già detto “Ci penso io”. Ancora oggi i torelli qui sono una battaglia. Mi sentivo vivo con la competizione. Dieci anni fa c’erano giocatori che avevano uno status diverso, più personalità e carattere. Era un altro ego. Oggi mi arrabbio uguale, forse ancora di più. Ma ho equilibrio. Se vedo che uno non ce la fa allora cambio strategia. Prima trattavo tutti allo stesso modo. Non ti posso cambiare, devi essere te stesso. La persona deve essere se stessa, quando sei giovane sei più rock and roll, ora invece capisco di più la situazione. Chiedo tanto, se non ti alleni bene ti dico qualcosa, non accetto un passaggio sbagliato, tutto questo ancora oggi. Poi dipende da te come lo prendi, come ti alleni è come giochi. La mia filosofia è questa, poi forse per i brasiliani è differente. Si allenano in modo tranquillo e poi danno spettacolo in partita. Ora mi hanno detto “fai vedere la strada e noi ti seguiamo”.

Con Seedorf: “Era un’altra esperienza, voi avevate già vinto tanto. Io volevo vincere ancora, però era un discorso solo di portare fuori l’ultima adrenalina. Io caricavo tutti. Ma c’erano anche tanti che mi caricavano. Seedorf era un grande personaggio, uno dei calciatori più forti con cui ho giocato, aveva anche un grande carattere. Ti rispondeva. Il confronto è parte della squadra”.

Io volevo giocarti contro per batterti nelle partitelle: “Io ho un rateo di 99% di partite vinte (ride, ndr). No forse 95%. Ma mi ricordo molto bene che vincevo il 90-95% delle partite, poi nello spogliatoio era una guerra (ride, ndr)”.

Sei più grosso: “Mi sto allenando tanto. Con l’età è importante capire come sto fisicamente. Ma ora sono molto meglio di prima”.

Su Pioli: "Ogni anno che passa il giocatore cambia. Abbiamo un mister che chiede di giocare in modo preciso. Mi piace come giochiamo, ha trovato un modo per fare uscire il massimo dalle mie qualità. Mi fa giocare nel miglior modo per aiutare la squadra. Parla tanto con me e mi chiede tante cose così come chiede tanto alla squadra. È normale che voglio giocare sempre, ma è anche lui che mi dice sempre di giocare anche quando voglio riposare. Sono disponibile, anche quando mi chiede di giocare 45’ in EL. Sono disponibile, i compagni mi rispettano tanto e li aiuto. Sento tanto questo senso di responsabilità e mi piace tanto”.

Sulla squadra: “La squadra ha tanta fame e voglia, stiamo facendo bene. Non ci sono obiettivi o sogni, giochiamo una partita alla volta. Io ce l’ho il mio obiettivo, ma per la squadra è quello di fare meglio dell’anno passato. Guardiamo una partita per volta. La squadra è molto giovane, non hanno il felling di vincere qualcosa. Non hanno questo pensiero fisso sugli obiettivi. Non dobbiamo rilassarci, e qui entro io. Non bisogna essere soddisfatti. Sappiamo che la squadra non è come Inter e Juventus che hanno un organico più ampio. Noi siamo giovani, magari qualcuno non è pronto per giocare tutte le partite. Il senso è che dobbiamo vincere se vogliamo qualcosa, non sono abituati. Contro il Rio Ave si è vista la pressione, hanno iniziato a giocare per qualcosa. Hanno un po’ di esperienza ma non sono abituati”.

La squadra può puntare alla Champions? “Penso di sì. Ho giocato 8 mesi qua, penso di sì. Però non conta solo la qualità o il talento, conta il sacrificio e la disciplina. Tutti piccoli dettagli che fanno la differenza”.

In fuori onda, scherzando con Ambrosini: “In questo momento questa è casa mia, tu sei mio ospite (ridono, ndr)”.

Ibra scherza: “Vuoi sapere i miei segreti? Non te li dico, altrimenti escono fuori altri Ibra nel mondo (ride, ndr)”.

“Non mi piace quando mi danno sempre ragione. Sembra che sono il boss, ma la situazione non è questa. Sono me stesso e poi si discute, altrimenti non va bene che tutti ti diano ragione e che non si esprimano. È importante il confronto”.

Hai visto The Last Dance? “Mi è piaciuto. Hanno sempre detto che giocare con me è difficile, sono aggressivo. Poi quando è uscito Last Dance è l’esempio perfetto. Non dico che sono Jordan, ma ho quel modo di lavorare. È una mentalità per vincere. Io metto tanta pressione, chiedo tanto, non accetto un pallone sbagliato, a questi livelli siamo tutti qua per fare la prestazione. Al Milan ti chiedono tanto perché bisogna vincere. Nel mio mondo faccio tutto per vincere. Nel mio mondo è normale se fai le cose bene, se sbagli è normale che uno te lo faccia notare. Esagero? Sono ancora qua, ho vinto quello che ho vinto. C’è un motivo. C’è tanta pressione ad essere a questo livello e non tutti lo capiscono perché non sono a questi livelli a lungo. Io sono qui da sempre. O mangi o ti mangiano. Io ho scelto di mangiare”.

Quando smetti cos avuoi fare? “Non lo so. Ho due figli, due vite in un’altra vita. Con loro metto pressione e disciplina, devono capire come funzionano le cose. Disciplina, rispetto e sacrificio. È il dettaglio che ti costruisce. Allenatore? Non penso. È una cosa molto stressante. Se sei stato un calciatore stare fuori dal campo a dare indicazioni agli altri e magari non ci riescono… Finché posso continuare a stare bene gioco. Quando sei vecchio si parla solo di fisico, come con Totti. Non è che mancano le qualità. Se uno ha ritmo ce la fa. È quella la cosa importante. Non perdi qualità, è impossibile. È una questione fisica”.

Alcune volte i giocatori non si rendono conto: “Quello è ego, non accettano che è finita. Pensi di essere ancora il più forte, non sei realista. Io non ho questo ego, sono realista. Dopo l’infortunio sono andato in America per iniziare da 0. L’ho detto a Mourinho di non convocarmi, non ero lo stesso Ibra di prima. Dopo due anni di America mi sentivo vivo, allora sono tornato in Europa per vedere se ce la facevo, per questo ho firmato 6 mesi. Non è importante quello che dica la gente, devi avere fiducia ma anche essere realista. All’inizio non stavo benissimo, era un mese che non giocavo. È dura entrare nel ritmo”.

La conferma di Pioli e il rinnovo: “Pioli mi ha chiesto cosa volessi fare. Gli ho detto “Basta, non continuo”. Penavo ai sacrifici e pensavo alla famiglia che è in Svezia. Se faccio un altro anno come questi sei mesi, no. Pioli mi ha detto “ti rispetto”. Il giorno dopo mi ha richiamato: “Non è così semplice. Ieri ti ho lasciato troppo facilmente. Se tu non rimani qua sarà un’altra cosa”. Gli ho detto “Mister, ho deciso”. Dopo sono andato in vacanza. Il contratto non era importante, a quest’età non serve. Mi serve solo il rispetto e i valori. La sfida però era bella e difficile. Però sono arrivato anche a pensare che non avrei voluto avere rimpianti. E allora ho chiamato Mino e gli ho detto “Chiudi tutto, si va avanti”. Ma all’inizio avevo detto di no, che il prossimo anno non sarei rimasto”.

Sull’infortunio allo United: “Dicevo sempre che avrei smesso al top, e pensavo di smettere perché avevo 35 anni. Sarei entrato in un nuovo capitolo della mia vita con la mia famiglia. Ma dopo l’infortunio sono tornato in campo e ho capito che dovevo continuare. Ringrazio il calcio. Senza calcio chi sono? Non è facile smettere. Non ho paura, ma non so cosa mi aspetterà. Non sono pronto a smettere, mi sento troppo bene. A questo livello gioco finché posso fare qualcosa, se non riesco non voglio. Per questo a gennaio ho firmato per 6 mesi, era per essere onesto con loro e con me stesso. Non sapevo se dopo sei mesi sarei stato ancora qui”.

A Milano stai bene? “Molto bene, ma mi manca la famiglia. Non è facile, è la prima volta che sono in un club senza di loro. L’obiettivo sportivo mi toglie di mente la mancanza della famiglia”.

Sul Covid: “Siamo in un momento particolare. A gennaio Milano era meglio di 10 anni fa, una città internazionale. Poi è arrivato il Covid, la città soffre tanto e mi dispiace. Il Duomo? L’importante è che il Duomo veda me (ride, ndr). Faccio io la storia, non mi interessano le altre storie”.

Sugli stimoli: "C’è troppa positività qua, non mi piace, ora è troppo facile. Mi piace di più se mi attaccano e quindi cresco ancora di più. Ho stimoli ma mi serve più adrenalina. Io però sono l’esempio della squadra, non posso fare sciocchezze. Però voglio che qualcosa succeda, queste cose mi caricano”.