Maldini: "Ecco come Leonardo mi ha convinto del progetto Milan. Gattuso? Ha fatto un enorme salto di qualità"

13.10.2018 13:48 di Daniele Castagna Twitter:   articolo letto 113144 volte
© foto di Stefano Porta/PhotoViews
Maldini: "Ecco come Leonardo mi ha convinto del progetto Milan. Gattuso? Ha fatto un enorme salto di qualità"

Presente a Trento al Festival dello Sport de La Gazzetta dello Sport, Paolo Maldini, direttore sviluppo strategico area sport del Milan, ha parlato dal palco dell'evento: "Ho iniziato a giocare da punta, ero innamorato della palla, la genetica mi ha portato a cercare di diventarne amico. E’ lo strumento che fa muovere il mondo del calcio. Quando arrivai al Milan, mi chiesero che ruolo avessi ma io non ne avevo perché fino ad allora giocavo solo in oratorio. C'era libero il ruolo di ala destra, ho giocato lì e mi fecero fermare subito. Quello è stato il mio primo approccio alla storia rossonera".

Record in rossonero: "Devi essere fortunato a giocare tanto e per una squadra performante. Non ho mai cercato glorie e premi personali: il calcio è lo sport di squadra e grazie a questa si vince. Sono soddisfatto della mia carriera. La storia della mia famiglia è legata alla maglia del Milan, dagli anni ‘50. Quando ho smesso giocava già mio figlio nei giovani rossoneri.

L'importanza della famiglia: "Per me è difficile scindere la persona dal calciatore. Come sei fuori devi essere anche in campo. Fai uno sport agonistico, devi essere un professionista, a volte capita perdere le staffe ma deve esserci sempre una abitudine di comportamento. Questa è la prima cosa che mi hanno insegnato i miei genitori, così come io l'ho insegnata ai miei figli. Non solo per il calcio, ma in generale".

Il giorno dell'esordio nel Milan: "Fino a quel giorno, non pensavo di poter essere in grado di giocare in Serie A. Una volta conclusa la partita, mi son detto che potevo farcela. C'era incoscienza, anche nell'allenatore che mi mise dentro a 16 anni, e poi la consapevolezza di potercela fare".

I giovani sono meno bravi o il sistema li penalizza? "Ci sono delle generazioni con più talento ed altre con meno. Secondo me ci sono i giovani forti, il sistema non aiuta sicuramente. O sei un fenomeno, oppure nessun ragazzo che esce da una Primavera è pronto per un campionato professionistico, nemmeno in Serie C. Questo deve far pensare. L'introduzione delle seconde squadre, la voglia dei tecnici di inserire più ragazzi: il calcio dovrebbe andare verso questa direzione, altrimenti i risultati li abbiamo sotto gli occhi".

Un peccato che Sacchi non abbia allenato più a lungo? "Direi di sì. Per noi era fondamentale, ambizioso e con tante idee. Con una maniera rivoluzionaria di allenare. Arrivò al Milan nel momento giusto. Era talmente maniacale che lui stesso ne rimase prigioniero. Probabilmente lo stress lo ha consumato tanto, spesso le persone geniali sono così".

Le sue idee, 30 anni dopo, sono ancora moderne? "Tante sì, poi altre si sono evolute perché il mondo è cambiato. Ma alcuni suoi principi di base rimarranno sempre attuali".

Cappello era più manager che allenatore? "No, è stato manager e anche grande allenatore. Quando era allenatore, lo era al 100%".

La finale contro il Barcellona? "Forse la prima volta in cui il Milan era sfavorito in una finale. Avevamo giocato pochi giorni prima una partita contro la Firoentina, che era in Serie B, e perdemmo 2-0. Lui entrò in spogliatoio e disse: "Ragazzi, siamo fortissimi. Andiamo in finale e vinciamo sicuramente". Fu una buona soluzione per preparare quella settimana pre Atene".

La prima volta da centrale? "Sì, però lo avevo già fatto. Il mio primo campionato fu da centrale, anche in Nazionale giocavo lì e anche il Mondiale '94 lo feci in quel ruolo".

Sacchi e Capello: "Sacchi era più pressante, io ancora gli incubi (ride, ndr). Ero molto giovane ed è stato un insegnamento continuo. Noi parliamo di Sacchi, Capello e Ancelotti, ma tutto per me iniziò con Liedholm che mi insegnò a giocare a calcio e mi lanciò. Dobbiamo fare un passo indietro e riconoscergli di aver iniziato questa grande epoca del Milan".

Il periodo con Ancelotti: "Bellissimo. Carlo è un maestro nel gestire il gruppo. Un amico, un ex compagno e quel periodo riuscì a godermelo al meglio, tutto quello che poteva regalarmi il calcio".

Il lavoro a Napoli di Ancelotti: "A Parma non voleva uscire dal suo schema, quell'esperienza ha fatto sì che una squadra ben inquadrata lui potesse vederla in altra maniera. Lui ora a Napoli ha cambiato posizioni a gente già affermata in altri ruoli, come Insigne ed Hamsik. Porterà tanti successi".

Esistono allenatori da coppa ed altri da campionato? "Se penso a Sacchi, abbiamo vinto solo un campionato su quattro. Ed ho sempre pensato perché non avessimo vinto tanto in Italia come facevamo in Europa. Probabilmente perché lui voleva giocare in qualsiasi condizione (fisica, avversario, climatica) alla stessa maniera e può essere un limite. Ma grazie a quella stessa tipologia di gioco, puoi arrivare a livelli alti nel mondo".

Il campionato italiano degli anni '90: "Livello altissimo".

Gattuso, più da coppa o da campionato? "Vediamo (ride, ndr), vediamo quest'anno. Ha un grande senso d'appartenenza, che è ciò che vogliamo trasmettere noi in dirigenza. L'immagine di Rino sta cambiando. Prima era solo tutta grinta, ora nei comportamenti e nelle cose che dice ha fatto un salto di qualità enorme. Non a caso ha la nostra fiducia".

Ti aspettavi potesse diventare un allenatore? "È stato coraggioso. Ma Rino ha conoscenza calcistica e sa ascoltare, per un allenatore giovane è fondamentale per la gestione dei calciatori e per la gestione del rapporto con la società".

Il primo aggettivo che ti viene in mente se dico Berlusconi? "Presidente. Il mio presidente. Visionario. È arrivato dicendoci che saremmo diventati i più forti al mondo. Ridevamo tutti. Arrivavamo da anni negativi, non avevamo ben precisa l'idea di cosa potesse portarci di nuovo".

Scomparsa di figure forti nel calcio? "Il calcio cambia e solo un imprenditore troverà difficoltà a gestire un club, ma la passione fa ancora la differenza".

Monza in A? "Secondo me ce la faranno, Galliani quando parla di calcio ti si illuminano gli occhi. Il calcio è una malattia, non si guarisce facilmente. Mi ha sorpreso il loro ritorno, ma è un qualcosa di bellissimo perché sono partiti proprio lì. Farò un po’ di tifo per loro". 

Rapporto con il Galliani? "Chi sceglie i collaboratori ha idee chiare. Il passato non c’entra, i litigi sono normali ma abbiamo trascorso 25 anni insieme molto intensi. Vorrei sempre circondarmi di persone che non ti danno sempre e comunque ragione. Così si cresce".

Trova una definizione per te stesso: "Difficile, ho giocato ovunque, certamente innamorato e spero anche corretto. A volte ero molto duro. Una volta a una premiazione con Maradona, mostrarono un nostro contrasto durissimo. Gli dissi: ‘Diego scusami, ma non ricordo di quell’episodio’".

La notte di Istanbul: "Forse insieme alla finale con la Nazionale persa ai rigori contro il Brasile il momento peggiore. Il calcio dà e toglie, ma alla fine bisogna sempre accettare il risultato, specie quando in campo dai tutto. La rimonta del Liverpool? Non facevamo calcoli, se riguardi la partita sul 3-3 abbiamo avuto tante occasioni. L’emotività della squadra può cambiare anche con un mezzo episodio. Se sei forte e hai mentalità puoi superare però certi momenti. Per fortuna lo abbiamo fatto".

Gestire le emozioni in finale di Champions: "A 20 anni è più dura gestirla, vai in campo e giochi. Quando poi arrivi oltre i 30, sai poi che la gestisci in maniera diversa ma vuoi vincere perché credi che sarà l'ultima".

I tre avversari più forti: "Maradona era qualcosa di diverso, ho affrontato anche Platini che era campionissimo ma Maradona era Maradona. Poi dico Ronaldo dell'Inter, sapeva fare ogni cosa. E poi... Posso mettere un italiano, dico Totti. Anche se le nostre sfide sono state legate solo a competizioni nazionali".

Messi o Ronaldo? "Non voglio togliere nulla a Cristiano perché è fenomenale, ma dico Messi. È l'essenza del calcio, anche per come si comporta in campo quando viene picchiato e si lamenta poco. Negli ultimi quindici anni è stato il più forte in assoluto".

Il Milan degli invincibili: "Una volta che arrivi al record vuoi mantenerlo il più a lungo possibile. Poi pensi anche a vincere il campionato, ma quel traguardo ti aiuta tanto". 

Gara di addio a San Siro? "Il comportamento di un calciatore non consono alle regole, fa più rumore di altri cento che invece fanno qualcosa di buono. Lo ricordo quel giorno, resto convinto di essere una brava persona. Lo stadio fischiava ma non si capiva bene per cosa: sono contento sia successo, come di quel tributo che mi ha regalato il Franchi di Firenze".

Sulla Nazionale: "Ho detto di no nel 2006 e hanno vinto. Era destino. Ho avuto comunque una storia bellissima, stupenda. Vorrei rigiocare l’ottavo contro la Corea del Sud. Non mi sono mai arrabbiato con gli arbitri, ma quella sera era impossibile non farlo. Ho dato il peggio di me quanto a parole, rigorosamente in spagnolo che ho imparato da mia moglie". 

Con le finali di coppe intercontinentali hai viaggiato nel mondo. La prima volta in Giappone? "È stata terribile, fuso orario e allenamenti stranissimi. Freddo. Una trombetta che suonava costantemente. Le prime due le abbiamo vinte, poi abbiamo affrontate grandi squadre come il San Paolo, il Velez e poi ci siamo tolti la rivincita col Boca, chiudendo il cerchio".

L'amore per il tennis: "È diverso, nel tennis devi esserci sempre in ogni momento. È una sfida, le sfide mi piacciono, poi anche il gesto tecnico è bellissimo. Anche grazie alla racchetta. Le mie ginocchia non sono mai felici, ma io sì".

Come è arrivato il contatto per tornare al Milan? "Io ero in vacanza, stavo lavorando per il torneo estivo della ICC. Leonardo mi ha chiamato dicendomi che lo avevano contatto per il suo ruolo attuale. Prima mi ha raccontato solo questa parte, poi il giorno dopo mi ha chiamato dicendomi 'Senti ma che ne dici, cosa ne pensi'. Ne abbiamo parlato per 10 giorni, poi mi ha chiesto se io volessi rientrare con lui. Abbiamo trovato l'accordo in due giorni".

Direttore sviluppo strategico area sport del Milan, cosa significa? "Io e Leo ci dividiamo l'area sportiva. Ed è tantissimo: non è solo gestire la squadra, giocatori, allenatori, acquisti e cessioni. È anche dare una certa linea, un senso di appartenenza al club".

Come sono le tue giornate? "Vado in ufficio a Casa Milan al mattino, lo condivido con Leonardo. Sono arrivato nel momento peggiore che era quello del mercato e sono stato subito travolto da un mondo a sè che non ha nulla a che fare col calcio giocato. Poi fortunatamente è iniziato il campionato e abbiamo avuto un filo più di tempo per respirare e riposarci, avendo l'occasione anche di incontrare la squadra".

Paralleli col passato: "In base alla nostra esperienza cerchiamo di ritrovare quei principi. Al Milan devi avere chiaro che bisogna andare a vincere qualcosa. L’obiettivo è quello di tornare competitivi quanto prima in Europa. Abbiamo contratto triennale: non tantissimo tempo, ma ci proveremo".

Stimolo per i giocatori? "Sentire una società forte al fianco era importante per noi, lo è quindi anche per i giocatori attuali. Sono ragazzi e il dialogo continuo resta di fondamentale importanza. Non nego che parlare di qualificazione di Champions League visti i risultati passati è stato difficile, ma siamo convinti di poterci arrivare. E’ il nostro primo obiettivo".

Paquetà? "Il mercato è chiuso (ride, ndr), lui ha talento, non ancora formato al 100%, ma è un giocatore che può far sognare".

Il derby in arrivo: "Negli ultimi anni è stato bellissimo. Sarà un derby tra squadre competitive che si giocano qualcosa di importante. Entrambe puntano in alto".

Salto di qualità in classifica: "Dobbiamo rimanere attaccati alle prime quattro. Abbiamo avuto Napoli e Roma, avversari particolari. Manca ancora la gestione della fase critica delle partite e ci stiamo lavorando".

Europa League: "Il trend è cambiato, l’anno scorso le italiane hanno fatto molto bene. Parliamo di una Coppa che ti dà l’accesso diretto alla Champions il che è stimolante. La rispetteremo e la giocheremo al massimo, anche perché non l’abbiamo mai vinta”