Un anno di Milan - L’addio di Inzaghi, tra l’eccessiva inesperienza in panchina ed una scelta societaria mal ponderata

Un anno di Milan - L’addio di Inzaghi, tra l’eccessiva inesperienza in panchina ed una scelta societaria mal ponderataMilanNews.it
© foto di ALBERTO LINGRIA/PHOTOVIEWS
domenica 3 gennaio 2016, 22:00Primo Piano
di Simone Nobilini

Da uomo Milan su una panchina sognata e raggiunta, dopo la breve avventura nel settore giovanile rossonero, a leggenda scaricata senza rimpianti, con un’inesperienza ad alti livelli pagata a carissimo prezzo e costata a lui e al club una delle stagioni più deludenti di sempre. Il 16 giugno 2015, Pippo Inzaghi ha terminato dopo una sola annata la sua esperienza da allenatore del Milan, esonerato con un secco e scarno comunicato frutto di una grande delusione nutrita dalla società nei suoi confronti. Disappunto che il presidente Berlusconi ha fatto notare più volte, nel corso della stagione, con frecciate ben indirizzate ad un pupillo rimasto tale solo grazie ad un fantastico passato da calciatore.

INESPERIENZA - La parola chiave, con ogni probabilità, capace di rappresentare l’avventura di Inzaghi alla guida del Milan. Dall’estremizzazione di alcune scelte, come il giocare “da provinciale” enfatizzato al massimo in alcune occasioni (contro la Juventus, nello 0-1 di San Siro, soprattutto), ad una dialettica in conferenza stampa spesso troppo ripetitiva e più volte sfociata in frasi che hanno fatto infuriare il popolo rossonero (“Non puoi pensare di dominare l’Empoli a San Siro”). Il tutto, frutto di una palese inesperienza e di una tensione eccessiva accumulata nel corso del tempo, con l’ex bomber rossonero schiacciato da un macigno troppo grande chiamato “pressione". Ed il volto di SuperPippo, confrontato tra inizio a fine stagione, parla chiaro: tirato e scavato, con qualche capello bianco di troppo spuntato dopo un inizio da sogno, in un’annata trasformatasi progressivamente più in incubo.

COLPE DA DIVIDERE - Giusto tuttavia ammettere che, di fronte ad un brutto Milan e ad un’annata da dimenticare, le colpe siano da assegnare anche, se non soprattutto, alla società rossonera. Non potevano bastare, obiettivamente, due annate da allenatore degli Allievi Nazionali e della Primavera rossonera per portare Inzaghi al ruolo di guida tecnica della Prima Squadra: ambienti differenti, da ragazzi in fase di crescita a uno spogliatoio di pari età con diverse personalità da gestire, privo di leader della vecchia guardia (Abbiati escluso) e bisognoso di ben altro tipo di comandante. Dopo due anni in cui la parte finale della gestione Allegri e la parentesi Seedorf avevano portato a scissioni interne allo spogliatoio, una new entry (in tutti in sensi) come Inzaghi non poteva che rappresentare un grande rischio anche in questo senso. Le lamentele di società e tifosi, pur ampiamente giustificate da un’anarchia evidente in campo e da uno scarso gioco espresso, vanno anche ricondotte in modo diretto alla scelta mal ponderata di non puntare su un profilo più esperto ad altissimi livelli, capace di portare ad una separazione inevitabile a fine anno. Con le parole di Berlusconi, tra “diverse vedute” con l'allenatore e “richieste di far giocare i giovani rimaste inevase”, volte a scrivere la parola “fine” su una parentesi “SuperPippo allenatore” decisamente da dimenticare.