L'anticipo di Galli - Amorim, cambiare per sopravvivere
Mercoledì sera è iniziato il nostro cammino in Europa League. Non un buon inizio, tutt’altro: sconfitta e gioco che ancora latita. Ma prima di parlare della partita e di quello che ci ha detto, vorrei spendere due parole sulla competizione: sebbene in molti continuino ad equipararla alla Coppa Uefa, l’Europa League non è esattamente la stessa cosa. La coppa Uefa è un trofeo che manca nella bacheca rossonera ed è un vuoto che non può essere riempito. La Coppa Uefa era qualitativamente molto più ricca, basti pensare che le vincitrici dei campionati di ogni paese partecipavano alla Coppa Campioni, i vincitori delle coppa nazionale si iscrivevano alla Coppa delle Coppe e le migliori piazzate, appunto, alla Coppa Uefa. Tolte le vincitrici dei campionati, quindi, potremmo pertanto dire che la Coppa Uefa corrispondeva più all’attuale Champions League che all’Europa League!
Nella mia carriera al Milan ci giocai nella stagione 1985-86: dopo aver eliminato i francesi dell’Auxerre e i tedeschi dell’Est del Lokomotiv Lipsia, fummo eliminati dai belgi del Waregem, perdendo a San Siro 1-2 (con un rigore contro inesistente!) dopo aver pareggiato l’andata 1-1. Anche l’anno successivo non facemmo molta strada. Relegati sul campo neutro di Lecce a causa delle violente proteste successive al rigore con il Waregem, passammo il primo turno con lo Sporting Gijón ma fummo eliminati dall’Espanyol. Era la prima stagione di Sacchi e dell’epopea berlusconiana.
Ma torniamo a mercoledì sera, a Milan-Benfica, ”Milano che fatica”, come cantava Lucio Dalla. Una partita che piena di fascino e di passato: la prima Coppa dei Campioni vinta nel 1969 a Wembley con doppietta di Josè Altafini e la quarta, vinta al Prater di Vienna nel 1990 con un goal di Rijkaard. Aggiungo, ricordo personale, il quarto di finale dell’edizione 1994-95, quando, il 1° marzo, affrontammo i lusitani che avevano in attacco Caniggia e Joao Pinto e vincemmo 2-0 con doppietta di Marco Simone: una serata indimenticabile.
L’obiettivo dichiarato dei rossoneri è quello di provare a vincere l’Europa League. Amorim, fedele alla dinamica per cui ciascun giocatore deve pensare di poter giocare ogni partita, ha schierato una formazione con qualche sorpresa. In difesa il braccetto destro era Terracciano anziché Gila; nel ruolo di play Jashari, accanto a Musah, e non Modric. Hutchinson trequartista di dx preferito a Pulisic. In campo anche Bartesaghi per Estupinan.
Perché Amorim non ha schierato la probabile miglior formazione? Non era il momento, attraverso la prestazione, di dare un segnale forte ai tifosi ma anche alla squadra stessa?
Sono convinto assertore della necessità di avere grande considerazione di tutti i giocatori in rosa (sono stato spesso in panchina e so cosa significhi), perché nel corso della stagione può arrivare il momento in cui si avrà bisogno di tutti. La considerazione ulteriore che a mio avviso avrebbe dovuto fare il tecnico riguardava il particolare momento della stagione: venivamo da due pareggi non incoraggianti (se non per la reazione a Roma) e avevamo Benfica e Lecce prima di una lunga sosta per le Nazionali. Perché non avvalersi della miglior formazione in queste due partite, o almeno nella prima delle due? Una prestazione diversa, non necessariamente una vittoria, ci avrebbe portati ad affrontare il Lecce con un altro spirito, una migliore condizione emotiva.
Nel dopo partita, Amorim ha detto che è aperto a trovare degli adattamenti per arrivare ad una soluzione abbandonando le sue convinzioni sul sistema di gioco. La sensazione è che questa squadra non regga il 3421, perché la difesa rimane troppo scoperta in fase di non possesso e perché, ad oggi, in fase di prima costruzione, non possiamo fare a meno di Modric. Luka ha bisogno però di avere sostegno in fase difensiva e di sentirsi in qualche modo sollevato da immediati recuperi difensivi quando si propone in avanti: un centrocampo a 3 sembra dunque imprescindibile.
Sugli esterni opterei per giocatori che giochino sul loro piede forte (Moreira a sinistra, Pulisic o Saelemaekers a destra, ad esempio), e poi qualcuno (Cisse?) che giochi dietro la prima punta Ramos, e che lo sostenga non solo dal punto di vista offensivo ma anche nel duro lavoro difensivo a cui Gonzalo è stato continuamente sollecitato, troppo per chiedergli anche di essere lucido negli ultimi sedici metri. Sedici metri finali che, a onor del vero, con il Benfica abbiamo visto poco.
Penso insomma che un modulo 352 possa garantire l’equilibrio necessario su cui basare lo sviluppo di quel gioco dominante cui Amorim (e anch’io) anela, senza lasciare sguarnita la difesa che troppo spesso abbiamo visto in affanno.
Con il Lecce c’è assoluto bisogno dei tre punti prima di una lunga sosta che non vorremmo venisse riempita da polemiche, tensioni, critiche e scenari catastrofici.
Continuo ad aver fiducia in Amorim e nel suo lavoro. Aspettiamo il Lecce per capire se davvero il tecnico lusitano avrà trovato le soluzioni necessarie per un Milan più solido in difesa e più fluido e incisivo in attacco.

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