Le partite del Milan non possono durare 8 minuti. Inzaghi ha quattro mesi per dimostrare a tutti di poter essere un buon allenatore. A Torino emersi limiti tecnici e caratteriali di una squadra in balia degli eventi

Le partite del Milan non possono durare 8 minuti. Inzaghi ha quattro mesi per dimostrare a tutti di poter essere un buon allenatore. A Torino emersi limiti tecnici e caratteriali di una squadra in balia degli eventiMilanNews.it
lunedì 12 gennaio 2015, 00:00Editoriale
di Pietro Mazzara

Sono passate quasi 48 ore da Torino-Milan ma non è facile trovare, tutt’ora, le parole giuste per descrivere quello che si è visto. Se pensavamo di averle viste tutte con la gestione Allegri, bene, sabato sera è andato in scena il Milan horror show dove, sul campo dell’Olimpico di Torino, si sono viste tutte quelle cose che chi segue il Milan non si sarebbe mai e poi mai aspettato di vedere. Eppure, nonostante tutto, la partita si era messa sul binario giusto con il vantaggio siglato da Jeremy Menez ed un pressing alto che ha messo spesso in difficoltà i portatori di palla. Ma, dopo la rete del francese, il Milan non ha più giocato a pallone. Quando all’ottavo minuto, con il punteggio di 1-0, Inzaghi, dopo un consulto con Tassotti, ha detto a De Sciglio di non prendere più Darmian nella metà campo granata ma di lasciarlo a Niang e di aspettarlo più basso. Come per magia, tutto il resto della squadra si è abbassato, formando due linee, nemmeno troppo compatte, a protezione della porta di Diego Lopez. Un vero e proprio autobus in stile mourinhano che non centra niente con la storia e la tradizione del Milan. E se non fosse stato per il portiere spagnolo, probabilmente il Torino l’avrebbe vinta quella partita, in maniera del tutto meritata.

Inutile continuare a parlare di terzo posto, di ambizioni Champions e di tutti quei bei discorsi che abbiamo sentito nei mesi scorsi. Inzaghi ha un compito: cercare di capire in che direzione sta andando la sua squadra e, soprattutto, la sua leadership dentro lo spogliatoio. Dispiace dirlo ma, i fatti, ci stanno dicendo che la situazione non è per nulla rosea e che il Milan, più è passato il tempo, al posto di migliorare è andato indietro, regredendo nella mentalità e nel gioco fino allo scempio di sabato sera contro il Torino. Pippo deve capire, in primis, cosa vuole fare e deve essere lui l’unico elemento dello staff tecnico a prendere le decisioni. Ci sono troppi conclavi nel corso di una partita e quando ci sono troppe teste che pensano e troppe voci da ascoltare, ecco che puntualmente succedono i patatrac. Inzaghi ha ancora quattro mesi per dimostrare di poter essere un allenatore autonomo, che ascolta tutti ma che agisce con la sua testa. Se deve sbattere il muso, che lo faccia con le sue idee. Poi, a fine stagione, si tireranno le somme di una stagione che era vista come l’anno zero per provare a riscattare un ottavo posto umiliante ma che, ad oggi, sta ripercorrendo quella via.

C’è da risolvere, poi, l’enigma tattico legato al modulo di gioco. Ancora una volta si è visto come questo Milan non abbia i giocatori giusti per fare il 4-3-3. De Jong, ad esempio, è in netta fase calante e molto spesso si abbassa tra i due centrali andando a comporre una difesa a tre che diventa a cinque quando i due laterali si allineano ai compagni. Continuiamo a non capire il motivo per cui l’olandese non possa giocare alla Gattuso con Montolivo portato nel ruolo di regista davanti alla difesa. Il capitano rossonero, tra una battuta e una dichiarazione seria, ha fatto capire di voler giocare in quella posizione anche perché, alla lunga, il passo da mezz’ala non ce l’ha. E poi la questione relativa all’attacco. Se è vero che Menez sta giocando la sua miglior stagione in assoluto da prima punta, è altrettanto vero che questa squadra, soprattutto in partite come quella di sabato, non può prescindere da un centravanti. L’unico che sembra poter giocare anche in porta è Bonaventura, esempio evidente di come con grinta, abnegazione, sacrificio e piedi buoni si possa fare tutto.

Nello spogliatoio, poi, sembra essersi rotto qualcosa. La sfuriata di Muntari è stato l’esempio lampante di come ci sia qualcosa che non vada anche nel gruppo giocatori. Pare, infatti, che sia nell’intervallo sia a fine partita siano volate parole grosse tra alcuni giocatori e questo, obiettivamente, non è cosa buona e giusta ma, soprattutto, è testimonianza di come quell’armonia decantata nelle scorse settimane sia ben lontana dall’essere reale e solida. Domani, contro il Sassuolo in coppa Italia, ci sarà bisogno di una grande prestazione da parte della squadra per superare il turno e provare  a mettersi alle spalle un inizio di 2015 da incubo.