Tra il no di Ancelotti e il sì a Bonera. Il milanista aspetta e (di)spera
"Come mai, ma chi sarai, per farmi stare qui, qui seduto in una stanza, pregando per un sì". Ce lo vediamo, Adriano Galliani, seduto in un angolo di una grande e moderna stanza della clinica di Vancouver, a pregare come il disperato Max Pezzali per il sì del degente Carlo Ancelotti. Che salgo ripensamenti post-operatori, effetti strani dell'anestesia, non arriverà. Un sì che forse non è mai stato seriamente visibile all'orizzonte rossonero.
E il Milan, con il calendario di giugno già in pieno svolgimento, dovrà finalmente scegliere, decidere, scrivere il primo nero su bianco di un'estate che doveva portare con sè sconvolgimenti epocali - nuovi padroni, nuovi soldi, dirigenti, tecnici, giocatori - e che invece a tutt'oggi non ha partorito nemmeno il consueto topolino dell'acquisto a costo zero. Dodici mesi fa, di questi tempi, il cuore diavolista aveva almeno un Alex con cui trastullarsi. Oggi, manco quello, e in attesa di sapere tanto per cominciare a chi toccherà, da una panchina, cercare di risollevare il Diavolo finito per le terre, il tifoso si deve accontentare di assistere a film già visti, a cominciare dalla sfilata degli scadenti - inteso come contratto - alla scrivania di Adriano Galliani. Fino a poche settimane fa, l'addio con pacca sulla spalla alla mezza dozzina del 30 giugno 2015 pareva certo nell'ottica del rinnovamento, della riduzione della rosa, del risparmio. Invece, per qualcuno, il vento sembra essere improvvisamente cambiato. E se per Essien e De Jong - per motivi opposti - la sigla finale è già pronta, per gli altri la porta rossonera si è socchiusa. Un altro anno di Milan per Pazzini, Méxes, Abbiati. Un altro anno di Milan per Daniele Bonera. Fresco di 34.o compleanno e di una stagione che ha definitivamente decretato l'esaurimento del suo credito presso la tifoseria, che - a torto o a ragione: ma forse più a ragione - lo ha eletto simbolo della decadenza, della inadeguatezza dell'organico, ma soprattutto della volontà o dell'impossibilità di cambiare, di voltare pagina, di dare spazio ai giovani. Con una ulteriore stagione in rossonero, Bonera andrebbe in doppia cifra: dieci anni, due lustri che valgono la patente di fedelissimo, di bandiera. Un onore che spesso non è toccato nemmeno a dei titolarissimi di grandi difese del Milan come Schnellinger o Rosato. Il tutto poi mantenendo sempre lo status di alternativa: non si ricorda una classica grafichetta estiva raffigurante la probabile formazione che comprendesse il bresciano ex Parma. Rappresenterebbe la continuità dello spogliatoio, del passaggio dei valori del cosiddetto "Dna" milanista: le spaccature registrate in quest'ultima, disgraziata annata - specie tra squadra e tecnico - dicono tuttavia che forse il rendimento del duttile Daniele è calato anche in questo ruolo.
Rinnovare Bonera prima di rinnovare il Milan, o almeno un pezzo importante di questo, potrebbe non facilitare molto la distensione tra club e tifosi in vista di un'estate che si annuncia comunque complessa. La verità è che Bonera o non Bonera, la lista degli "impresentabili" andrebbe compilata da un tecnico, da chi prende in mano la matassa rossonera per iniziare a darle una forma. E invece da queste parti, tutto è ancora fermo, a cominciare dal mister: anche se è logico pensare che una volta sbloccato lo stallo Ancelotti, ci si trovi di fronte a una situazione più chiara nel grande domino degli allenatori, e che la strada sia automaticamente tracciata verso un paio di obiettivi ben precisi, che in questo momento, in questa giornata di festa repubblicana rispondono ancora ai nomi di Vincenzo Montella e di Unai Emery, con Mihajlovic - forse sedotto e abbandonato da De Laurentiis - sullo sfondo. Ma la sensazione è che alla fine, il matrimonio tra il neo ex-allenatore e il Napoli si farà.
E poi, come extrema ratio, c'è sempre Cristian Brocchi. Che rischia di diventare il prossimo agnello sacrificale cresciuto in società e ucciso nella panca-culla, che può diventare l'ennesimo tecnico di transizione in un Milan di transizione. Le informazioni a disposizione, oltre che la resistente fiducia in una diversa politica del club, indicano che quella dell'attuale allenatore della Primavera sarebbe una scelta obbligata solo da una catena di "no" ben più ampia di quello pressoché certo di Ancelotti. Nel frattempo, per gli "impresentabili", gli ancora presentabili, gli obiettivi raggiungibili, le realtà, i sogni, si resta nella testa e nelle mani di Adriano Galliani e di Silvio Berlusconi. Non resta che aspettare un primo nome, una prima firma, del nuovo allenatore innanzitutto, e poi di qualche faccia nuova. Aspettare, aspettare, aspettare e sperare, cercando di non aggiungere le lettere "di" davanti a quest'ultimo verbo. Verbi che ormai - "di" compreso - i cuori rossoneri hanno imparato benissimo a coniugare in tutti i tempi e in tutti i modi.

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