ESCLUSIVA MN - Brocchi ricorda Milan-Ajax 3-2: "Tomasson, che paura quel tocco! Mai avuto la sensazione di essere eliminati"

23.04.2020 14:00 di Pietro Mazzara Twitter:    Vedi letture
ESCLUSIVA MN - Brocchi ricorda Milan-Ajax 3-2: "Tomasson, che paura quel tocco! Mai avuto la sensazione di essere eliminati"

Ci sono partite che regalano dei segnali. Ci sono attimi, nel cammino di una squadra, che ne determinano il destino finale. La Champions League del 2003 vinta dal Milan a Manchester contro la Juventus è passata da più episodi cruciali, che ne hanno indirizzato la strada verso la gloria terna nella memoria e negli annali della società. Il 23 aprile del 2003, a poco più di un mese dalla serata dell’Old Trafford, il Milan di Carlo Ancelotti ospita a San Siro l’Ajax di Rambo Koeman, ma anche di un giovanissimo Zlatan Ibrahimovic. Era una squadra ricca di talento, quella olandese, contro un Milan che arrivava in condizioni non ottimali per le indisponibilità di Pirlo e Gattuso. A sostituirli furono chiamati Massimo Ambrosini e Cristian Brocchi. E proprio con quest’ultimo, oggi allenatore del Monza, abbiamo voluto riassaporare il gusto speziato di una notte in cui il Milan è passato dall’inferno al paradiso in 90 minuti.

Brocchi, partiamo dal pre partita. Cosa voleva dire vincere per forza quella gara e come ha vissuto quella responsabilità?
“Per me era esaltate. Nella mia esperienza al Milan di quel periodo, sapevo di avere davanti a me dei giocatori fortissimi e sapevo che era fondamentale il fatto di farmi trovare pronto. E quella partita, per me, è stata un’occasione importantissima per dimostrare il mio valore e che, forse, giocavo meno partite di quelle che probabilmente avrei meritato perché davanti a me c’erano dei fenomeni”.

Il primo episodio di quella gara la vede coinvolto. A distanza di 17 anni, era gol o no quello che Lobont le ha tolto dalla porta?
“Era gol clamoroso. Infatti è una delle due cose, nella mia carriera, che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Perché ho fatto gol in tutte le manifestazioni in cui ho giocato e quindi mi manca il gol in Champions League. Non ho potuto fare l’en plein. E poi, la seconda, è quella di non aver fatto un minuto nelle due finali di Champions League a cui ho partecipato, ovvero quelle del 2003 e del 2007. Il tutto dopo aver preso parte a quarti e semifinali”.

Ancelotti cosa le disse prima di quella gara?
“Carlo, in un’intervista alle Iene, disse che il giocatore più sottovalutato che ha avuto a disposizione ero io. E quello, per me, è stato un grandissimo complimento, perché lui mi vedeva tutti i giorni e sapeva che poteva fare affidamento su di me. Non mi disse nulla di particolare, perché sapeva che non avevo bisogno di stimolarmi e caricarmi. Sapeva le mie qualità e sapeva che non mi sarei spaventato a giocare una partita del genere. Io sentivo la sua fiducia, sapevo che giocavo poco perché avevo davanti dei mostri e ho messo tutto me stesso”.

Primo tempo finisce 1-0, gol di Inzaghi. Nel secondo tempo girandola di emozioni pazzesche. Al 2-2 di Pienaar ha mai avuto paura, anche per un secondo, di esser fuori dalla Champions?
“Mai avuta la paura di essere eliminati. Avevo e avevamo una voglia talmente grande di andare avanti che io non ho mai pensato che potessimo uscire. E come me i miei compagni. Ci sono quelel partite in cui hai determinate sensazioni e io, in quella partita, sentivo che le cose sarebbero andate nel verso giusto. E mi ricordo un allungo di 60-70 metri per recuperare una palla, subiamo fallo. Battiamo la punizione e nasce l’azione del 3-2. Anche quella corsa lì era un simbolo, perché volevamo dare la sensazione che ce la saremmo giocata fino all’ultimo secondo”.

Negli ultimi minuti c’era un Milan iper sbilanciato e un San Siro che si accendeva a sprazzi. Che carica vi ha dato in quel finale di partita?
“San Siro è uno stadio meraviglioso. È difficile giocarci dentro e se non hai personalità, non puoi giocarci perché non ti diverti neanche più. Ci ha dato una spinta straordinaria, ma quelle serate di Champions erano adrenaliniche e quando arrivavi allo stadio in pullman, sentivi che l’atmosfera era diversa”.

E nei minuti finali, lei è finito anche a fare il terzino…
“Eh si. Ho giocato un po’ ovunque in quel finale di gara. Ormai, dopo il gol del 2-2, saltano via tutti gli schemi e vengono fuori altre qualità”.

Chiuda gli occhi: lo sente ancora il boato che c’è stato appena è entrato il pallone in rete?
“Più che il boato, sento la pelle d’oca anche ora che lo ricordo. In quel momento lì non so se senti la gente, perché tu urli ed esulti come un forsennato. Vai in estasi e non riesci a capire quello che ti succede intorno”.

La palla entra, tutti che festeggiano, ma un’occhiata al primo assistente qualcuno l’ha data?
“Ti dico la verità. Quando ho visto Tomasson che stava andando sul pallone, è stato l’unico momento dove mi sono ghiacciato. Ho avuto paura e dicevo “Non lo toccare, non lo toccare”. Ho guardato subito il guardalinee, è stata una frazione di secondo. Quando ho visto che non ha sbandierato, ho iniziato a correre verso i compagni. In quel momento, che avesse segnato Pippo o che avesse segnato Jon non era importante. Avevamo vinto una partita fondamentale e quando la vinci così, con giocatori importanti fuori e con una rimonta globale ha creato una forza di gruppo pazzesca. Quando fai una partita così, capisci che hai un gruppo che può arrivare in fondo”.

Ma Inzaghi e Tomasson se lo sono mai conteso davvero quel gol?
“Nessuno di noi aveva parlato della paternità di quel gol. E ancora oggi, se chiedete a Pippo qual è il suo gol più bello, lui vi dirà che è quello di Tomasson contro l’Ajax. Pippo è fatto così e ridevamo quando rispondeva in quella maniera lì”.

E dopo quella partita, il doppio euroderby con l’Inter. Come iconicità quale ha più valore?
“Non sono d’accordo su chi sostiene che la gara con l’Ajax sia più iconica dei primi euro derby. La finale è la finale e quando alzi un trofeo, un po’ cancella il percorso. Ma a livello di tensione e adrenalina, il primo euro derby non ha avuto paragoni. Prima di Milan-Ajax, non avevamo la tensione che c’era prima della prima sfida con l’Inter. Vincere con l’Ajax in quel modo, passare con l’Inter e battere la Juve penso che sia stata l’apoteosi. E c’è un aneddoto”.

Dica.
“Quando ribecchiamo Di Biagio, ci dice sempre che in quella partita eravamo ovunque. Saltavano me e arrivava Rino. Saltavano Rino e arrivavo io. Ce lo ricorda sempre Gigi”.

di Pietro Mazzara. Ha collaborato: Antonio Vitiello