Anche Nava risponde a Maldini sul Settore Giovanile: "L'intervista mi è piaciuta, ma..."

Anche Nava risponde a Maldini sul Settore Giovanile: "L'intervista mi è piaciuta, ma..."MilanNews.it
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
Dopo Filippo Galli anche Stefano Nava commenta l'intervista di Paolo Maldini sullo stato di salute dei settori giovanili italiani

Nell'intervista dei giorni scorsi rilasciata al Corriere della Sera, Paolo Maldini ha parlato anche dei problemi, secondo lui, dei settori giovanili italiani: "Tecnicamente siamo un Paese che non crea più giocatori di talento. Qualcosa non funziona a livello sistemico. I miei figli l’hanno visto nelle giovanili del Milan: si parla solo di tattica; se un ragazzo ha talento, è un problema. Ma questo va contro le regole del calcio moderno".

Dopo la risposta di Filippo Galli (clicca QUI), è arrivata anche quella di Stefano Nava, ex calciatore e rossonero e allenatore nelle giovanili - dai Giovanissimi alla Primavera - negli anni in cui il responsabile del settore era proprio Galli. Nava ha parlato ai microfoni di gazzetta.it.

Nava, partiamo dalla base: qual era, per voi allenatori, la base della metodologia praticata a Milanello? 

"In realtà non mi sono mai considerato allenatore, gli anni vissuti al Milan li ho fatti, per come la vedo io, in qualità di educatore. Perché i ragazzi devono crescere calcisticamente e umanamente. Dopo di che, bisogna formare il giocatore ed esaltarne il talento, se presente”. 

Talento è la parola chiave della diatriba: Maldini sostiene che a livello giovanile nel Milan era addirittura un problema, Galli replica che invece è sempre stato coltivato. 

“Galli afferma una cosa corretta, nessuno a livello giovanile al Milan ha mai cercato di imprigionare il talento. Semmai si cercava proprio di esaltare le qualità dei singoli, che poi diventavano qualità collettive. E devo dire che il nostro era un metodo faticoso, difficile, a volte creava frustrazione perché c’era una ricerca quasi esagerata dell’avviare l’azione sin dal portiere. Si andava a mettere appositamente in difficoltà il giocatore per esaltarne la capacità di reagire alle difficoltà”. 

Metodologia dura e visionaria allo stesso tempo. 

“Col senno del poi forse è stato un pelo esagerato, ma una cosa posso affermarla con certezza: mai si è cercato di esaltare la tattica a discapito del talento e della qualità. Anzi, il talento era ben inserito in questo metodo, anche perché il talento non è solo tecnica, ma comprendere ciò che sta succedendo. Parlo di intelligenza calcistica. E ‘visionaria’ è un’affermazione corretta: si trattava di un metodo molto interessante, che non aveva mai percorso nessuno, nemmeno a livello di prima squadra. La società ci aveva dato mandato di studiare e comprendere i settori giovanili migliori d’Europa. Ci appoggiavamo a ciò che vedevamo e poi ci mettevamo le nostre idee e la nostra esperienza. Ovvero ciò che ritenevamo opportuno per garantire crescita e formazione. Di certo l’obiettivo non era il risultato”. 

Dunque, l’avvio della fase offensiva dalla propria porta. 

“Siamo stati pionieri del gioco da dietro, gli allenatori avversari erano incuriositi e anche ammirati. Fino a quel momento si andava per lo più di ‘lancione’. Galli nella sua disamina parla di possesso palla, gestione, inizio dell’azione da dietro, cose che erano difficili da vedere ai tempi. Proponevamo un metodo di gioco diverso”. 

Secondo lei come mai Maldini ha descritto in quel modo quell’aspetto legato al settore giovanile rossonero? 

“A me l’intervista in sé è piaciuta, è un bene che Maldini abbia voglia di cambiare il calcio, mi è piaciuta politicamente, a livello gestionale, è ricca di vitalità, ma per quanto riguarda il nostro settore giovanile, è quello raccontato da Galli”.