Il mito di Franco Baresi ha già trasceso età e generazioni
Dalle parole, commosse e piene di emozioni, di chi in queste ore sta raccontando e ricordando Franco Baresi è subito lampante una cosa, che va oltre il suo essere simbolo, Capitano, storia, umano. È la difficoltà nel rendere giustizia a cosa ha significato vivere la sua maglia rossonera numero 6 tutte le domeniche, tra San Siro e l'Europa, sia per chi ha avuto "solo" la fortuna di guardarlo e sia per chi ha condiviso con lui campo, spogliatoio, gioie, sconfitte, trofei.
Scrivo questo pezzo per provare - spero che nessuno si risenta se non sarò a fuoco - a spiegare come Baresi sia diventato già un mito intergenerazionale. Non che servisse la morte per certificarlo, ma dopo oggi è sicuramente chiaro e cristallino per tutti, anche per chi non l'ha mai visto giocare come me, se non attraverso video, filmati, ricordi e racconti.
L'aspetto più preponderante che emerge da tutto questo materiale emotivo è il suo essere uomo e umano. Uomo negli atteggiamenti, nei valori, nell'esempio e nel portamento. Umano negli errori, nella sofferenza, nello stringere i denti e nell'andare oltre. Non ero ancora nato nel 1994, ma so benissimo cosa è successo il 17 luglio 1994 a Pasadena. Franco Baresi era ed è cultura popolare, sapere comune, storia dell'Italia. La storia di un uomo che dà l'anima per sé stesso, il suo Paese, i suoi compagni, la sua etica e ferma i marziani del Brasile appena 24 giorni dopo l'operazione al menisco mediale. Quello di Baresi sembra un racconto epico, di mito e di leggende. E sul più bello, quando si prende la responsabilità del primo rigore, sbaglia. Torna uomo e la gente si riconosce in lui. "Errore di Baresi che calcia altissimo", raccontava la telecronaca di Pizzul. Un errore che lo incastona nella leggenda dello sport e nel cuore di una generazione che è cresciuta con il suo mito.
Serie B e Champions League, sempre con la stessa maglia. Un unico amore. Passione. Lealtà. Etica del lavoro. Rispetto ma mai timore. Amore. Ma anche tanta normalità. Quando ho chiesto di Franco Baresi a parenti, amici e colleghi ho sempre ricevuto queste emozioni. Emozioni, non parole. Emozioni che raccontano di valori, mai di fastidiosa perfezione. Di coscienza di sé e dei propri limiti. Ma sempre con la propensione a volerli superare. O almeno provarci.
La marea di amore, ricordi e pietas che si infrange sugli scogli della tristezza per la sua scomparsa è arrivata anche alle nuove generazioni e a chi non l'ha vissuto, come me. Franco Baresi è diventato immortale? No, lo era già: oggi ce ne siamo accorti tutti.
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