Urge un discorso sul VAR. Pioli, dopo la battaglia sul tempo effettivo va fatta quella per l'OFR a chiamata
Rieccoci, ancora una volta, con l'antipatico compito di dover parlare di arbitri e VAR. Un esercizio banale, che alla lunga perde anche di significato e "potenza". Ma cos'altro si può fare se nelle ultime tre partite giocate, Empoli, Napoli e Bologna, il Milan si è ritrovato di fronte un (non) utilizzo del VAR a tratti inspiegabile. Perché qui si va oltre il voler criticare il direttore di gara di turno, che comunque il giorno dopo prende il suo voto (ovviamente non pubblico) dall'osservatore AIA presente allo stadio e che determina il suo futuro utilizzo, ma ci si chiede cosa stia succedendo dentro la sala VAR di Lissone. Pubblicizzata con grande orgoglio dall'AIA, rimane comunque un qualcosa di astratto, lontano e inarrivabile. Qualche immagine nel pre partita ed è finita lì, i vari abbonati alle TV satellitari o in streaming non hanno più idea di cosa succeda. Non si capisce quando intervengono, se intervengono, che tipo di dialogo hanno con l'arbitro di campo, cosa si dicono in questo dialogo. Nulla. Uno strumento nato per ridurre errori e dare un'immagine del calcio pulita e priva di retro pensieri che invece viene utilizzato come strumento discrezionale di una classe arbitrale che dà l'impressione di non aver ancora accettato pienamente questa svolta tecnologica invece ampiamente necessaria.
Anche perché poi chi mediaticamente è fortissimo, quasi inattaccabile, come l'allenatore che va a parlare in TV e in conferenza a fine partita, spesso e volentieri si trincera dietro al "Gli arbitri non hanno mai giocato a calcio". L'esempio più recente è di ieri con Thiago Motta, ma non siamo qui per voler rendere il capace allenatore del Bologna un simbolo negativo. Giustamente chi deve tirare acqua al proprio mulino lo fa con tutti i mezzi a propria disposizione, visto anche il "vuoto" lasciato da chi dovrebbe invece spiegare il regolamento, raccontare le varie decisioni, cercare di sensibilizzare il pubblico ad un certo tipo di discorso, "divulgare" come alcuni termini entrati ormai nel linguaggio (ad esempio la sempre orrida "disponibilità del pallone") calcistico siano invece privi di ogni fondamento.
In Bologna-Milan poi gli episodi incriminati sono due situazioni codificate, automatiche: classico caso di sì o no. Step on foot, comunemente un pestone del difendente sul piede dell'attaccante, è automaticamente fallo e cartellino giallo. Senza lasciarsi influenzare dalla zona di campo, dalla volontà o meno di prendere la palla, dell'accidentalità. Step on foot, fallo e giallo. Non c'è discussione. O meglio, non c'è se si vuole parlare in modo onesto e facendo riferimento sempre a regolamento e indicazioni generali dell'IFAB. Quello di Soumaoro su Rebic quindi era rigore e no, caro Thiago Motta, il libro del calcio non sarebbe stato da chiudere.
Così come era calcio di rigore il tocco di braccio, sicuramente involontario, di Lucumì nei minuti finali in seguito ad una giocata nello stretto di Vranckx. Chi scrive ormai lo può recitare a memoria. Pagina 90, regola 12: “Si considera che un calciatore stia aumentando lo spazio occupato dal proprio corpo in modo innaturale quando la posizione delle sue mani / braccia non è conseguenza del movimento del corpo per quella specifica movimento. Avendo le mani / braccia in una tale posizione, il calciatore si assume il rischio che vengano colpite dal pallone e di essere quindi sanzionato”. Stessa casistica del rigore fischiato per il tocco di mani di Messias in Atalanta-Milan dello scorso campionato. È ovvio che quella del difendente non fosse una giocata volontaria (in quel caso ci sarebbe stata anche una sanzione disciplinare), ma è altrettanto vero che il posizionamento degli arti non era congruo all'atteggiamento adottato. Come scritto poche righe fa, il rossoblu si è assunto il rischio. Sarebbe bello ed edificante poterne discutere nei post partita, in modo sereno ed educato, senza invece iniziare l'arringa con fare provocatorio. È assolutamente legittimo avere opinioni discordanti, così come è legittimo manifestarle, a prescindere dalla testata di appartenenza.
Mister Stefano Pioli, che di solito preferisce non entrare nel giochino del parlare dell'arbitro, ieri è stato costretto a farlo. Ma è difficile fargli qualche appunto visto quanto accaduto sul bel campo del Dall'Ara. Anzi, visto che il tecnico rossonero nel recente passato non si è fatto problemi a parlare e caldeggiare il dover adottare il tempo effettivo durante le partite, sarebbe anche il caso iniziare a parlare con più insistenza di questo VAR/OFR a chiamata di cui si vocifera da un po'. Pioli ha infatti ammesso senza problemi che: "Se ci fosse stato l'avrei chiesto, soprattutto nel primo tempo". Difficile dargli torto, anche se effettivamente Thiago Motta ci ha provato. Anche con modi un po' rivedibili.
Ribadiamo, come fatto in modo continuativo nei mesi scorsi, che l'AIA e i suoi vertici arbitrali devono uscire da questa "bolla" di mistero e chiusura a prescindere. Ne va anche della fruizione del prodotto calcio.
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