Beccantini stuzzica Leao: "A 26 anni non ha ancora deciso cosa fare «di» grande. Perché?"
Nel corso del consueto appuntamento con la rubrica "Playbeck" per Il Corriere dello Sport, Roberto Beccantini ha parlato di Milan soffermandosi in modo particolare sul suo numero 10, titolando l'intervento "La pigrizia di Leao":
"Trasformazione o trasformismo, non è solo un gioco di parole. Rafael Leao ne incarna l’esempio più estremo ed estremista. Da esterno - e, dunque, punta larga - a centravanti o giù di lì. E’ l’ultima trovata di Massimiliano Allegri, in assenza di «nove» all’altezza; e in attesa che Niclas Füllkrug si sblocchi. Il portoghese, a 26 anni, non ha ancora deciso cosa fare «di» grande. Né nel Milan, dove rimane, comunque, una delle rare alternative alle acque chete, né in Nazionale. Domanda: perché? Per pigrizia o per collasso delle risorse? Appartiene, Leao, alla tribù dei bandoleri stanchi: o questa, almeno, è l’idea che diffonde. Dalle nuvole della sua cattedra, Michel Platini non smette di bacchettare i sapientoni che si aggrappano a venti metri più in qua o a venti più in là per misurare la stoffa dei singoli al netto dei sarti e degli atelier tattici. Non tutti sono Platini. E allora? Leao nasce contropiedista, «mestiere» che sollecita il regalo dello spazio, più che la conquista. Il suo caso ricorda la parabola di Federico Chiesa post infortunio (9 gennaio 2022, ginocchio kaputt).
Proprio il Feticista, alla Juventus, e Arne Slot, al Liverpool, hanno cercato di modificarne l’indirizzo: da «Speedy Gonzales» della fascia ad attaccante meno periferico, d’area o quasi. Sulle orme di papà Enrico. Con esiti, a essere sinceri, non esattamente trionfali. C ristiano Ronaldo rifiutò i gradi di centravanti offertigli da Maurizio Sarri, preferendo piombare in «ufficio» dalla corsia. Non mancano, anche se in ruoli non altrettanto delicati e nevralgici, gli esperimenti riusciti. All’Inter, Rino Marchesi arretrò in mediana Salvatore Bagni, ala tornante del Perugia, garantendogli una carriera che lo avrebbe spinto alle falde di Diego Armando Maradona. Chez Madama, Giovanni Trapattoni spostò Marco Tardelli da terzino a interno, mossa che l’eclettismo di «Schizzo» cavalcò con la spavalderia dell’olandese sbocciato per vocazione in Italia. Marcello Lippi, in compenso, fece il contrario con Gianluca Zambrotta: da Fregoli offensivo, quale Eugenio Fascetti lo aveva impostato a Bari, a terzino sinistro, per imbarcare, sulla destra, Mauro Camoranesi. E la Vecchia non ne risentì: anzi.
Ci sono poi Giampiero Boniperti e Sandro Mazzola, fior di artiglieri, che l’avvento di colleghi geniali ma scomodi (Omar Sivori) e le rughe della maturità indussero ad abbassare il raggio d’azione, un po’ registi e un po’ brontoloni. Con uno stopper della ferocia di Pietro Vierchowod, la Roma di Nils Liedholm poté serenamente agghindare Agostino Di Bartolomei da «libero». Posizione che ha illustrato l’album di Gaetano Scirea, in bianconero e in azzurro, lui che all’Atalanta aveva cominciato a metà campo. Se si cita Ruud Gullit, il problema coinvolge la quantità delle qualità, con il rischio di smarrirsi nel repertorio. Gareth Bale fu rugbista e terzino, prima che, dal Tottenham al Real, l’istinto lo spingesse oltre, molto oltre. Carlo Mazzone al Brescia e Carletto Ancelotti al Milan trasfigurarono addirittura Andrea Pirlo: da trequartista a «play-back». E Leao? Gli alibi si allontanano, la storia infuria: ci faccia sapere".

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