Il processo è aperto: tutti responsabili
Il processo al Milan è aperto, non è certo il primo negli ultimi anni, ma questa volta sul banco degli imputati ci vanno tutti, nessuno escluso. Le indiscrezioni sulle parole di Barbara Berlusconi hanno scatenato un tifone mediatico che sta investendo il diavolo, più di qualcuno parla di rimpasto generale per il club rossonero, ma a ben guardare nessuno può chiamarsi fuori dalle proprie responsabilità.
Quelle di Massimiliano Allegri sono sotto gli occhi di tutti e si riflettono in una classifica che non rende giustizia al Milan. La squadra messa a disposizione del Conte Max ha delle evidenti carenze tecniche, è vero, ma non tali da giustificare un rendimento così altalenante, né tantomeno un gioco privo di armonia ed una squadra che appare senz’anima ogni volta che mette piede in campo. Evidenti sono anche le responsabilità di chi ha gestito il mercato, facilmente individuabile nell’ad rossonero Adriano Galliani, come da egli stesso confermato. L’ultima finestra di mercato ha messo a nudo evidenti carenze di programmazione, un diavolo costretto ancora una volta a comprare all’ultimo minuto, quando le alternative sono irrimediabilmente ridotte e la possibilità di pianificare limitata all’osso. L’acquisto di Alessandro Matri, pagato 11 milioni alla Juventus, spendendo tutto il ricavato della cessione di Boateng, non convinceva ad agosto, risulta ancor meno comprensibile con l’andare della stagione. Le risorse sono ridotte, è vero, ma lo spreco di quelle a disposizione non può far parte della gestione di una società come il Milan. Sicuramente non esente da colpe è la proprietà. Se Adriano Galliani può aver sbagliato alcuni acquisti, v’è da riconoscere al massimo dirigente rossonero di aver dovuto fare dei veri e propri salti mortali negli ultimi anni per far fronte agli impegni presi con i tifosi.
Il progetto imposto dai vertici del diavolo appare sempre più confuso e mutevole. Dai grandi investimenti del 2010, con l’arrivo di una flotta di campioni come Ibrahimovic, Robinho, Cassano e Van Bommel, si è passati alla drastica spending review del 2012. Con l’addio ad Ibra, Thiago e Cassano, si è parlato di progetto giovane ed un diavolo orientato a coltivare i campioni in casa, partendo da El Shaarawy e De Sciglio, puntando su Niang e Balotelli, tutti sotto il comune denominatore della giovane età. A distanza di un anno, però, un altro cambio di rotta con l’assalto a Kakà (ad avercene di campioni come Ricky, ma non si tratta certo di un profilo giovane), Matri, Honda, Birsa, giocatori poco compatibili con la linea verde.
Da associare ad un progetto sempre meno chiaro, poi, c’è anche l’addio ai leader, alle colonne di una decade di vittorie, da quello massiccio del 2012, con il saluto a gente del calibro di Nesta, Gattuso, Seedorf ed Inzaghi (senza dimenticare Zambrotta e Van Bommel), a quello triste di Massimo Ambrosini, capitano coraggioso liquidato come uno qualsiasi. Le rivoluzioni storicamente non hanno mai portato a risultati nell’immediato, più facilmente hanno condotto a dei crolli, a maggior ragione se si svuota uno spogliatoio intero di tutte le sue colonne. Da ultimo, ma non per importanza, vi sono le responsabilità di una squadra che non riesce a reagire e che non trova nei suoi nuovi leader la personalità che ci si aspetterebbe. Il riferimento a Balotelli non è casuale, ma con lui si possono indicare i vari Montolivo, Mexes ed Abate, per citarne alcuni, nuovi senatori incapaci di caricarsi sulle spalle il peso di un Milan in difficoltà.
Il processo è aperto, la crisi profonda, le responsabilità condivise, ma non è questo il momento di puntarsi il dito contro l’uno con l’altro. Gli uomini alla sbarra hanno il dovere di prendersi le proprie responsabilità, condividere quelle altrui, fare quadrato e trovare il modo di reagire e cercare la rinascita, consapevoli che l’impresa è ben più ardua di quella realizzata un anno fa.

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